Il ricordo di Umberto Eco parte da una cattedra al Tuscolano

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Dieci anni se ne sono andati dalla scomparsa di Umberto Eco, e il fiume di commemorazioni, analisi e ripescaggi culturali che in questi giorni ha invaso le pagine dei quotidiani e i feed dei social network rischia, paradossalmente, di seppellire ciò che di più autentico il lascito di un intellettuale possa offrire. Piuttosto che aggiungere un ulteriore strato di retorica a quanto già si è detto e scritto, può essere più utile spostare lo sguardo da ciò che Eco è stato per la carta stampata a ciò che ha rappresentato per la formazione delle coscienze. La sua influenza, infatti, non si è limitata ai saggi di semiologia o ai bestseller planetari come Il nome della rosa, ma ha attraversato in profondità anche i banchi di scuola, specialmente quelli delle periferie, dove la cultura alta deve fare i conti con la fatica della mediazione didattica.

La didattica del film "Il nome della rosa"

Negli anni Novanta, in un istituto tecnico del quartiere Tuscolano a Roma, la sfida quotidiana per un insegnante di Italiano e Storia era quella di rendere accessibile il pensiero complesso senza banalizzarlo. Fu lì che l'opera di Eco divenne uno strumento prezioso, quasi un compagno di cattedra. Il Diario minimo, con la sua Fenomenologia di Mike Bongiorno, offriva ai ragazzi gli strumenti per decodificare la nascente cultura televisiva, trasformando un personaggio popolare in un caso di studio su cui esercitare lo spirito critico. E quando si affrontavano i meandri del Medioevo, il romanzo d'esordio di Eco, o persino la sua trasposizione cinematografica, permettevano di innestare concetti come la riforma benedettina o lo scisma d'Occidente su una trama avvincente, fatta di misteri e biblioteche-labirinto. Non si trattava di sostituire il manuale con il film, ma di usare la narrazione come cavallo di Troia per introdurre temi altrimenti percepiti come distanti, facendo leva sulla curiosità più che sull'obbligo.

Eco, l'eredità del priore

Definire Umberto Eco semplicemente come il principale intellettuale italiano radical-progressista di fine Novecento, o il prototipo di quella cultura postmarxista che traghettò l'eredità gramsciana dal proletariato alla nuova borghesia colta, è certamente corretto dal punto di vista storiografico -1. La sua figura, infatti, incarna perfettamente quel passaggio in cui l'intellettuale organico ai partiti di massa si trasforma in un opinion leader capace di occupare spazi nei media, nell'editoria e nello spettacolo. Tuttavia, al di là di questa funzione sociale e politica, ciò che resta della sua lezione è forse un metodo prima ancora che un contenuto. Insegnava ai suoi lettori, e in questo caso a dei giovani studenti romani, a diffidare delle certezze assolute, a cercare le connessioni nascoste tra i fenomeni, a considerare la cultura non come un possesso ma come un incessante processo di indagine.

Lo "sport" di Eco tra Jamaica e shopping di pc

Chi gli è stato vicino lo descrive con aneddoti che sfuggono alla solennità del ruolo pubblico, restituendo l'immagine di un uomo dalle abitudini precise e quasi metodiche. Pare che l'unico sport che praticasse con piacere fosse la camminata veloce, una sorta di deriva urbana finalizzata alla scoperta di angoli dimenticati e all'ispirazione per le sue opere. Si racconta di lunghe passeggiate tra le bancarelle dei libri usati, alla ricerca delle proprie stesse edizioni, e di soste nei bar storici di Milano, dal Jamaica di Brera ai baretti di piazza Mirabello. In quei luoghi, come in tanti altri, assorbiva frammenti di vita e di dialetto, materiale grezzo che la sua mente avrebbe poi trasformato in architetture narrative. D'altronde, anche l'atto di acquistare un computer o di curiosare tra i componenti elettronici faceva parte di un approccio conoscitivo che nulla escludeva, convinto com'era che la cultura fosse un tessuto unitario.

Come ricordare Umberto Eco (senza che lui si inc***i)

Viviamo nell'epoca dell'aforisma, della citazione estrapolata e svuotata del suo contesto, un fenomeno che sui social media raggiunge il suo apice riducendo pensatori complessi a mere fonti di status per foto di tramonti o profili personali. Tocca a Paulo Coelho come a Frida Kahlo, a cui si attribuiscono poesie mai scritte, e naturalmente a Umberto Eco. La sua celebre invettiva contro "le legioni di imbecilli" a cui i social hanno dato diritto di parola, tratta da un'intervista rilasciata a La Stampa, è ormai diventata un mantra con cui molti giustificano il proprio fastidio per la democratizzazione della sfera pubblica, dimenticando la complessità del suo pensiero sui media -2-8. Forse, il modo migliore per onorarne la memoria a dieci anni dalla morte, il 19 febbraio del 2016, non è moltiplicare gli storytelling celebrativi, ma tornare a frequentare i suoi testi nella loro interezza, accettando la fatica di un pensiero che non si lascia mai ridurre a slogan. Come accadeva in quelle aule del Tuscolano, dove un libro non era mai solo un libro, ma l'inizio di un viaggio.

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