Elezioni Figc, Malagò congela la candidatura e attende Abete: "Riserve solo dopo il 13 maggio"
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Redazione Sport
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L’estenuante attesa per la successione al vertice della Federcalcio, un’assenza di poltrona che a Roma sembra durare da un’eterna interminabile, si arricchisce di un nuovo capitolo fatto di dichiarazioni misurate e tempistiche allungate a dismisura. Giovanni Malagò, l’uomo che la Serie A ha indicato come candidato di bandiera per il dopo-Gravina, ha scelto la via della prudenza, anzi di quella che a molti è parsa una strategia attendista degna di un abile giocatore di poker. Intervenuto in conferenza stampa al termine di un incontro con i vertici della Lega di A, l’ex presidente del Coni ha infatti annunciato che non scioglierà le riserve prima del 13 maggio, una data che i cronisti presenti hanno subito cerchiato in rosso sull’agenda.
“Non credo proprio di sciogliere le riserve entro questa settimana – ha dichiarato Malagò, utilizzando un tono colloquiale che cela evidentemente calcoli politici complessi – Finirò la settimana, raccoglierò anche le idee e soprattutto sarà importante incontrare il presidente Abete”. Un nome, quest’ultimo, che rappresenta il vero ago della bilancia in questa partita, visto che Giancarlo Abete (alla guida della Lega Nazionale Dilettanti) non è solo un ex numero uno della Figc ma custodisce ancora un potere elettorale pesantissimo. Il candidato, che si presenta con il sostegno quasi plebiscitario dei club di massima serie, ha poi aggiunto una postilla temporale: “Devo fare un programma. Penso che arriveremo, non dico proprio a ridosso del 13 maggio, ma quasi”. Un rinvio, quindi, che sposta l’ago della bilancia verso la metà del mese prossimo, quando forse il quadro risulterà meno nebuloso di quanto non appaia oggi agli osservatori.
Il pressing parlamentare di Marcheschi e la “bozza zero”
Se Malagò rallenta, però, il Parlamento accelera in modo deciso. Il vero motore dell’intervento politico in questa fase è il senatore di Fratelli d’Italia Paolo Marcheschi, che forte del suo ruolo di relatore della risoluzione sulla riforma del calcio, sta mettendo nero su bianco una proposta legislativa che farebbe tremare i polsi dei dirigenti federali. Il disegno di legge, che gli addetti ai lavori hanno già ribattezzato “bozza zero”, punta dritto al cuore del sistema: non si limita a ritoccare le normative, ma ne modifica le fondamenta stesse, toccando sei pilastri portanti.
L’obiettivo dichiarato da Marcheschi è ambizioso e per nulla scontato: “rendere sostenibile il settore calcio in modo strutturale, senza aiuti di Stato”, favorendo al contempo la valorizzazione dei vivai e la crescita di quei giovani talenti che, come si è visto negli ultimi anni, faticano a trovare spazio in nazionale. Tra i punti caldi della riforma spicca il recupero delle risorse della ex quota “Totocalcio” (un meccanismo che ridarebbe fiato alle casse federali), un giro di vite sulla pirateria audiovisiva e – dulcis in fundo – la modifica dei criteri di ripartizione dei diritti tv, legandoli a nuovi “parametri di sostenibilità”. Tuttavia, il tasto più dolente, quello che manda su tutte le furie le attuali gestioni, resta l’ipotesi del commissariamento straordinario della Figc: una figura super-partes che avrebbe il compito di superare i veti incrociati che da anni paralizzano la riforma del calcio italiano.
Lotito alza il muro: “Decreto legge subito” e la stoccata sul calcio femminile
In questa partita a scacchi, a muovere un pedone pesante ci ha pensato Claudio Lotito. Il patron della Lazio, che con la sua astensione (o dissenso) alla candidatura di Malagò ha già dimostrato di voler seguire una rotta autonoma, è intervenuto durante l’audizione del ministro Andrea Abodi davanti alla VII Commissione del Senato, gettando benzina sul fuoco della polemica. Con la consueta verve che lo contraddistingue, il senatore di Forza Italia ha liquidato le tempistiche parlamentari ordinarie come troppo lente per un’emergenza che lui definisce strutturale. “Se i tempi della legge ordinaria sono lunghi – ha tuonato Lotito – si può fare un bel decreto legge con un ordine del giorno vincolante e indifferibile”.
Ma la provocazione più sottile, e per certi versi più scomoda per il sistema, è arrivata quando Lotito ha usato il caso del calcio femminile come esempio di una riforma fatta a metà, quasi un boomerang per chi l’ha voluta a tutti i costi. “Noi abbiamo trasformato il calcio femminile in un calcio professionistico – ha ricordato – ma le dieci squadre perdono sistematicamente tra i 6 e gli 8 milioni di euro l’una, legate alla bontà dei singoli investitori. Tanto che alcune società di Serie A non hanno neppure una squadra femminile, perché ritengono quei soldi semplicemente buttati”. Una dichiarazione, la sua, che suona come un monito al legislatore: non si possono cambiare le regole senza garantire la sostenibilità economica, altrimenti si rischia di creare un castello di carta che il primo soffio di vento abbatte. Il senatore, rispondendo con una certa ironia a chi gli chiedeva se parlasse da presidente o da parlamentare, ha rivendicato il ruolo del Parlamento: “Le leggi le fa lo Stato, le norme attuative la Federcalcio. Mi chiedo perché il Parlamento debba abdicare in favore di persone che non hanno mai messo un euro nel sistema, gestendo peraltro le risorse degli altri”.
L’autonomia sotto tiro e la clausola del “commissario”
Il cuore politico della questione, però, rimane quello che fa più paura ai piani alti di via Allegri: il commissariamento. Sebbene il ministro Abodi abbia mostrato in più occasioni la cautela del caso, parlando di “cambio di registro” più che di “cambio di regime” -9, la destra politica sembra aver ormai metabolizzato l’idea che senza un intervento straordinario non se ne uscirà mai. Marcheschi, dal canto suo, ha motivato la necessità di questa figura super-partes con una critica feroce all’attuale governance: “Ormai il Consiglio federale è come l’Onu – ha dichiarato – se non c’è l’unanimità non si fa nulla”. Un sistema, quello attuale, che definisce “malato e autoreferenziale”, dove chi sguazza nel fango non ha alcun interesse a pulire la stalla.
La strada del commissariamento, però, è irta di ostacoli normativi, primo fra tutti il celebre principio dell’“autonomia dello sport” sancito dalle leggi internazionali. Un’ingerenza troppo pesante della politica rischierebbe di far storcere il naso a Fifa e Uefa, mettendo a repentaglio la candidatura italiana per Europei importanti. Tuttavia, l’idea di utilizzare un Decreto Legge per modificare le leggi “Melandri” – quelle che regolano i criteri elettorali e la ripartizione dei diritti tv – sta prendendo sempre più piede a Palazzo Madama. Se approvata, la norma aprirebbe la strada a una sorta di “reset” del sistema: si nominerebbe un commissario ad acta (forse un profilo di altissimo prestigio internazionale) che avrebbe il compito di riscrivere le regole del gioco in tempi brevi, svincolandosi dalle logiche di potere che hanno finora ingessato la Federcalcio. La palla, ora, passa al governo e alla capacità di Lotito e Marcheschi di trasformare queste bozze in legge prima che le elezioni federali del 22 giugno rendano tutto più complicato.




