Disclosure day, la rivelazione di Spielberg tra paranoia, empatia e corpi contesi

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Non comincia dall’inizio, Steven Spielberg, perché sa bene che l’inizio – se di alieni si tratta – lo abbiamo ormai superato collettivamente da un pezzo. Il suo Disclosure day (nei cinema dal 10 giugno per Universal Pictures) apre invece in medias res, dentro una fuga, dentro un corpo già segnato da un’influenza invisibile, e lo fa senza la rete di una narrazione didascalica che tenga lo spettatore per mano.

È una scelta spiazzante, certo, ma anche profondamente politica: il film che molti avevano già ribattezzato come il più spielberghiano degli ultimi vent’anni – capace di ritrovare quella meraviglia primigenia di Incontri ravvicinati del terzo tipo – sceglie deliberatamente il cortocircuito.

Non ci viene spiegato chi siano realmente i due protagonisti, Margaret Fairchild (Emily Blunt) e Daniel Kellner (Josh O’Connor), prima che l’evento extraterrestre li segni; li scopriamo mentre sono già braccati, mentre i loro poteri – lei legge la mente e parla lingue sconosciute, lui possiede una forma innata di intelligenza matematica – sono già attivi, destabilizzanti, quasi indesiderati.

E questa mancanza di un’origine chiara è forse la mossa più inquietante del regista, perché sposta l’attenzione dalla domanda ingenua (“Esistono?”) alla questione molto più scottante: “Cosa facciamo, ora che ci siamo dentro?”.

La paranoia tecnologica e il peso della verità

Sullo sfondo, a complicare ulteriormente il quadro, c’è una crisi internazionale che richiama – senza mai nominarla del tutto – la tensione più grave dalla crisi dei missili di Cuba, con la Corea del Nord pronta al lancio e i supermercati assaltati dalla paura.

In questo mondo già sull’orlo del baratro, la figura del whistleblower (O’Connor) che ha trafugato prove decisive sui contatti alieni custoditi dalla multinazionale Wardex si scontra con la macchina del controllo impersonificata da Noah Scanlon, un Colin Firth in modalità "preside spietato" che utilizza un artefatto alieno per entrare nelle menti altrui e manipolarle a distanza. Non è solo fantascienza, questa: è la fotografia di un presente in cui la fiducia nelle istituzioni è ai minimi storici e il confine tra sorveglianza e violenza psicologica è ormai labile.

Spielberg, che non abbandona mai la spettacolarità delle sequenze d'azione – una su tutte, la carambola mortale tra un'auto e un treno merci – trasforma la corsa dei fuggitivi in una riflessione spietata su chi abbia il diritto di decidere cosa l’umanità debba sapere. La verità, qui, non è un’astrazione: è un peso fisico, un hard disk conteso, una voce che si incrina durante un notiziario meteo trasformandosi in un linguaggio alieno.

Empatia come forma di resistenza

L’elemento più originale, e forse più divisivo, del racconto sta però nella natura specifica del dono (o della condanna) inflitta agli umani dagli extraterrestri. Non ci troviamo di fronte a invasione o distruzione, ma a un’inoculazione di capacità relazionali estreme. Se Daniel eccelle nella matematica – linguaggio universale per eccellenza –, Margaret sviluppa un’empatia così totalizzante da riuscire a occupare letteralmente il punto di vista dell’altro.

È questo, per il regista, il vero nodo della rivelazione: non l’esistenza dei dischi volanti, ma l’incapacità umana di gestire un contatto autentico. Quando la meteorologa, interpretata da una Blunt lodata all’unanimità dalla critica (molti l’hanno definita il cuore emotivo del film), esclama disperata "Non voglio essere la religione di nessuno", Spielberg mette in scena la solitudine di chi si ritrova investito di una responsabilità quasi messianica.

E lo fa con una delicatezza che in alcuni frangenti sfocia nel melenso: la sequenza in cui i protagonisti devono affrontare i traumi infantili per "sbloccare" i poteri, accompagnata da animali in CGI non proprio perfetta e dalle musiche riconoscibilissime di John Williams, ha stancato più di un recensore, che parla di sentimentalismo eccessivo e di tonalità da film Disney.

Un thriller che si ferma a guardare

L’accusa più ricorrente, rivolta al film dalla stampa internazionale, è che la terza parte ceda a una predicazione fin troppo esplicita sul valore dell’empatia, dimenticando la tensione accumulata nella prima ora. E in effetti, quando il mentore Hugo (Colman Domingo) pronuncia frasi come "L’empatia ce l’abbiamo tutti da bambini, la perdiamo in questo mondo cinico" per poi trasformare la televisione generalista in una macchina catartica in grado di diffondere la verità al mondo, si corre il rischio di scivolare nella retorica.

Tuttavia, è proprio in questa “ingenuità adulta” – come è stata definita su Wired – che si nasconde la forza del lungometraggio. Per Spielberg, la meraviglia non è un sentimento infantile, ma un atto di resistenza contro la complessità paralizzante del reale.

E se il finale non offre risposte nette sul mistero alieno, scegliendo anzi di indugiare sulle conseguenze psicologiche della divulgazione anziché sulla divulgazione stessa, lo fa perché la sua domanda è un’altra: cosa dice di noi il bisogno ossessivo di inseguire una verità che, forse, non siamo ancora pronti a guardare?

L’ex presidente degli Stati Uniti, ormai da più di un anno stabilmente alla Casa Bianca, non appare nel film né viene commentato, ma la sua ombra – quella di un potere che trattiene l’informazione per fini politici – aleggia in ogni inquadratura di uffici governativi vuoti e corridoi di potere silenziosi.

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