La multinazionale americana InvestCloud licenzia l’intero staff di Marghera: al centro della riorganizzazione l’integrazione dell’intelligenza artificiale e l’accentramento in pochi centri di eccellenza globale

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Redazione Economia Redazione Economia   -   È accaduto a Marghera, nell’entroterra veneziano, in una di quelle zone industriali che hanno fatto la storia economica del Nordest, e la notizia — rimbalzata dagli uffici della multinazionale californiana InvestCloud fino ai tavoli dei sindacati e della Regione — ha il sapore amaro di uno spartiacque. Trentasette dipendenti, ovvero la totalità della forza lavoro impiegata nell’unica sede italiana del colosso attivo nello sviluppo di piattaforme software per istituti finanziari e nella gestione digitale del patrimonio, sono stati formalmente avviati al licenziamento collettivo. La comunicazione ufficiale, partita il 9 marzo scorso e indirizzata a Federmeccanica, alle organizzazioni sindacali e a Confindustria Veneto Est, non lasciava spazio a fraintendimenti: l’intero organico — composto da un dirigente, sette quadri e ventinove impiegati, tutti con profili tecnici di alto livello tra ingegneri e informatici — sarebbe stato gradualmente escluso da un nuovo modello organizzativo che, nelle intenzioni del gruppo americano, non prevede più il mantenimento di strutture locali autonome e dedicate al business Digital Wealth.

La motivazione addotta dall’azienda, con sede legale a Los Angeles e una presenza capillare in vari Paesi, affonda le radici in una riflessione strategica avviata almeno diciotto mesi fa, quando si è manifestata quella che i vertici definiscono una “significativa accelerazione dei processi tecnologici”, segnata in particolare dall’integrazione di soluzioni basate sull’intelligenza artificiale nei modelli di servizio. Il vecchio approccio, quello che aveva portato alla nascita di team distribuiti su più giurisdizioni impegnati ad adattare i prodotti alle specificità locali, avrebbe nel tempo generato duplicazioni operative, economie di scala ridotte e, particolare non secondario, una valorizzazione soltanto parziale dei benefici in termini di produttività e automazione che l’intelligenza artificiale, invece, promette di massimizzare se applicata su larga scala. Da qui la decisione, drastica ma coerente con una certa visione del capitalismo digitale, di procedere a un “riallineamento strutturale” che porterà alla chiusura della sede di Marghera e alla contestuale creazione di un numero limitato di centri di eccellenza globali, luoghi fisici — la cui localizzazione non è stata ancora ufficialmente comunicata, sebbene l’assessore regionale Massimo Bitonci abbia parlato di una possibile delocalizzazione in India — in cui concentrare le competenze di prodotto e tecnologia per sviluppare soluzioni standardizzate e replicabili su scala internazionale.

La reazione dei lavoratori e il primo confronto con i sindacati

Negli uffici di Marghera, dove fino a pochi mesi si lavorava allo sviluppo di demo e alla gestione di ambienti cloud, la notizia è stata accolta con la rassegnazione di chi sa di doversi confrontare con una macchina multinazionale contro cui è difficile opporre resistenza. Qualcuno dei dipendenti, intervistato dai cronisti locali nei giorni successivi all’annuncio, ha voluto sottolineare un aspetto che l’azienda, nelle sue comunicazioni asettiche e tecniche, tende a sorvolare: la mano umana, la capacità di intervenire quando un meccanismo si inceppa, quando un processo automatizzato mostra il limite della sua rigidità, resta un elemento fondamentale, soprattutto in un settore delicato come quello dei servizi finanziari dove l’errore, anche il più piccolo, può avere conseguenze significative. I sindacati, dal canto loro, hanno immediatamente richiesto l’attivazione di un tavolo di crisi presso la Regione Veneto, inquadrando la vicenda InvestCloud non come un caso isolato, ma come il sintomo di un fenomeno destinato ad allargarsi all’intero settore ICT, dove la natura immateriale dei beni prodotti e la facilità con cui si possono delocalizzare i servizi rendono particolarmente deboli le tutele contrattuali esistenti. Matteo Masiero, segretario della Fim Cisl di Venezia, ha parlato esplicitamente della necessità di nuove regolamentazioni, capaci di stare al passo con una trasformazione tecnologica che procede a velocità molto superiori a quelle del legislatore.

Il primo incontro tra i rappresentanti sindacali e i consulenti aziendali è stato fissato per il 19 marzo, un appuntamento che si preannuncia teso e durante il quale si cercherà di capire se esista ancora un margine, per quanto esiguo, per mitigare l’impatto sociale della decisione o per ottenere almeno ammortizzatori sociali che possano accompagnare i lavoratori in una fase di ricollocazione. Parallelamente, la Regione Veneto, per bocca dell’assessore Bitonci, ha fatto sapere di aver esaminato la documentazione e di aver maturato un convincimento preciso: al di là delle formule retoriche sull’innovazione e sul riallineamento strutturale, il cuore della vicenda non sarebbe tanto la sostituzione del lavoro umano con l’intelligenza artificiale, quanto piuttosto una classica operazione di delocalizzazione verso Paesi dove il costo del lavoro nel settore informatico è significativamente più basso, come l’India, dove la stessa InvestCloud starebbe avviando selezioni per assumere un centinaio di giovani informatici. Un’interpretazione, questa, che sposta l’accento dalla novità tecnologica alla vecchia, consueta ricerca del risparmio sui costi, ma che non cambia la sostanza per quei 37 lavoratori che, a breve, si troveranno senza occupazione.

Il quadro normativo italiano e l’ombra lunga della legge sull’intelligenza artificiale

Eppure, che l’intelligenza artificiale abbia un ruolo, diretto o indiretto che sia, in questa vicenda, appare difficile negarlo. Dal 10 ottobre 2025, in Italia è pienamente in vigore la Legge 23 settembre 2025, n. 132, il cosiddetto “Italian Artificial Intelligence Act”, che ha reso il nostro Paese il primo nell’Unione Europea a dotarsi di un quadro organico in materia di AI, anticipando e integrando le disposizioni del più ampio regolamento europeo. La legge, tra le altre cose, qualifica come “ad alto rischio” i sistemi di intelligenza artificiale impiegati nelle decisioni relative al rapporto di lavoro, dalle assunzioni alle valutazioni delle performance fino, appunto, ai licenziamenti, imponendo ai datori di lavoro obblighi stringenti in materia di trasparenza, sorveglianza umana e informativa preventiva nei confronti dei dipendenti e delle rappresentanze sindacali. In particolare, l’articolo 4 della legge italiana ribadisce che qualsiasi trattamento di dati personali effettuato attraverso sistemi di AI deve avvenire nel rispetto del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati, garantendo equità, correttezza e trasparenza, e prevedendo sempre la possibilità per il lavoratore di ottenere un intervento umano e di contestare le decisioni automatizzate. Nel caso di InvestCloud, sarà compito del neonato Comitato di sorveglianza istituito presso il Ministero del Lavoro, così come dei sindacati e delle autorità giudiziarie eventualmente adite, verificare se la procedura di licenziamento collettivo, motivata anche dall’integrazione di soluzioni di intelligenza artificiale, abbia rispettato questi nuovi e rigorosi paletti normativi, o se invece ci si trovi di fronte a una violazione delle tutele che il legislatore, proprio per casi come questo, ha voluto introdurre.

Al di là degli aspetti legali, che pure avranno il loro peso nei prossimi mesi, la vicenda di Marghera si inserisce in un dibattito molto più ampio, che coinvolge economisti, tecnologi e persino i padri fondatori dell’intelligenza artificiale. Geoffrey Hinton, l’informatico premio Nobel spesso indicato come uno dei “padrini” dell’AI, ha recentemente rilasciato dichiarazioni inequivocabili: la tecnologia, ha detto, sta progredendo più velocemente di quanto avesse previsto, e la sua capacità di sostituire il lavoro umano — non solo quello ripetitivo e a bassa qualificazione, ma anche compiti complessi come l’ingegneria del software — è destinata a crescere in modo esponenziale, al punto che, in un futuro non lontano, per realizzare progetti software complessi basteranno “pochissime persone”. Una previsione che trova riscontri anche in analisi più strutturate, come il recente rapporto di Anthropic, la società sviluppatrice del modello Claude, che ha messo a punto un indice per misurare l’esposizione delle diverse professioni all’automazione: programmatori e informatici sono in cima alla classifica, con circa il 75% delle loro mansioni già tecnicamente automatizzabili dai sistemi attuali. E se è vero che, a livello macroeconomico, non si registrano ancora impennate significative della disoccupazione in questi settori, il rapporto segnala un dato preoccupante: i tassi di assunzione per i giovani sotto i 25 anni, nelle professioni ad alta esposizione, hanno già iniziato a contrarsi, suggerendo che le posizioni entry-level siano le prime a subire la pressione dell’AI, con le aziende che preferiscono non sostituire i lavoratori esperti in uscita piuttosto che investire in nuove leve.

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