InvestCloud, i 37 licenziamenti di Marghera e il nodo dell’intelligenza artificiale: azienda conferma la chiusura
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Redazione Economia
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Si è chiuso con un nulla di fatto, o meglio con una conferma secca dell’intenzione di procedere, l’incontro che si è tenuto nella sede di Confindustria Veneto Est tra i rappresentanti di InvestCloud e le organizzazioni sindacali. La società, che ha la sua unica base italiana a Marghera, alle porte di Venezia, appartiene a un gruppo statunitense e ha comunicato ufficialmente l’intenzione di cessare le attività nel sito veneziano, un atto che comporterebbe il licenziamento collettivo di tutti i 37 dipendenti attualmente in forza. Durante il confronto, la parte datoriale ha ribadito l’indisponibilità a ritirare i licenziamenti già formalizzati, blindando di fatto una decisione che aveva sollevato un ampio dibattito politico e sindacale nelle settimane precedenti, legato alla motivazione ufficiale di questa riorganizzazione.
Un’onda inarrestabile o una delocalizzazione sotto mentite spoglie?
A rendere la vicenda particolarmente emblematica è stata la giustificazione addotta inizialmente dal gruppo statunitense, ovvero il passaggio a un modello organizzativo basato sull’integrazione di soluzioni di intelligenza artificiale. Una motivazione che sembrava calzare a pennello con un contesto più ampio: negli Stati Uniti, secondo un report di Challenger, Gray & Christmas pubblicato lo scorso 19 marzo, su 153mila licenziamenti registrati, ben 31mila sono stati attribuiti esplicitamente al ricorso all’AI. Un dato che dipinge il quadro di una trasformazione del mercato del lavoro americano, dove Trump – oggi di nuovo presidente – osserva questa rivoluzione tecnologica senza ancora aver definito un quadro normativo stabile per arginarla.
Tuttavia, in sede di confronto e nei documenti depositati, l’azienda ha progressivamente smorzato i toni legati all’innovazione tecnologica, spostando il baricentro della spiegazione su ciò che i sindacati definiscono una “riorganizzazione strategica”. La Fiom-Cgil, attraverso il segretario generale Michele De Palma, ha parlato di un paradosso: chiudere una società che produce utili (si parla di un utile netto di circa 500mila euro) non per crisi, ma per una scelta industriale che lede la dignità delle persone. Anche la Regione Veneto, per voce dell’assessore Massimo Bitonci, ha contribuito a fare chiarezza, sostenendo che, a ben vedere, la documentazione esaminata parla chiaramente di un processo di delocalizzazione in India, dove il gruppo starebbe selezionando un centinaio di nuovi informatici a un costo del lavoro decisamente inferiore.
La strategia del gruppo e la replica del territorio
La multinazionale, specializzata in piattaforme digitali per la gestione finanziaria, ha avviato questo percorso di trasformazione già da circa diciotto mesi, puntando a chiudere le strutture locali autonome per concentrare le attività in pochi centri di eccellenza globale. Una strategia che rende la sede di Marghera, composta da un dirigente, sette quadri e ventinove impiegati (per lo più ingegneri e informatici), una delle prime a finire nel tritacarte di un piano che coinvolge anche altre sedi nel Regno Unito e a Singapore. È proprio la natura immateriale del lavoro – sviluppo di demo, gestione del cloud – a rendere i dipendenti di Marghera particolarmente vulnerabili a questo tipo di ristrutturazione, che prescinde dalla fisicità del luogo di lavoro.
In questo scenario, i lavoratori non nascondono un misto di amarezza e consapevolezza. Se da un lato riconoscono che la decisione sembra ormai ineluttabile (“parliamo di una multinazionale”, ha commentato uno di loro), dall’altro rivendicano il valore insostituibile della professionalità umana, soprattutto quando i sistemi automatizzati si inceppano o richiedono interventi critici che l’AI non sa ancora gestire. La FIM CISL, attraverso il segretario Ferdinando Uliano, ha definito “inaccettabile” il comportamento dell’azienda e ha sottolineato la gravità di un utilizzo dell’AI che, in assenza di regole, finisce per alimentare solo la delocalizzazione e l’irresponsabilità sociale.
La trattativa al capolinea e il futuro dei 37 professionisti
L’esito negativo dell’incontro in Confindustria segna di fatto la fine del tentativo di mediazione. L’azienda, che in una precedente comunicazione alle parti sociali aveva scritto di voler superare un modello “non più compatibile” con l’innovazione tecnologica, ha mantenuto la linea dura, confermando che la procedura di licenziamento collettivo proseguirà senza ripensamenti. Una posizione che ha acceso le critiche anche da parte di esponenti politici nazionali, che hanno visto in questa operazione un uso distorto della tecnologia, asservito a una logica di profitto che trascura il dettato costituzionale.
Per i 37 dipendenti, molti dei quali con competenze altamente specializzate nel settore informatico e finanziario, si apre ora la fase degli ammortizzatori sociali e, auspicano i sindacati, del ricollocamento. La Regione Veneto ha già dato la propria disponibilità a intervenire con le strutture tecniche per supportare i lavoratori, ricordando che il tasso di disoccupazione nel territorio è ai minimi storici e che la domanda di professionisti qualificati nel settore tech è ancora molto sostenuta. Tuttavia, resta l’amaro in bocca per una vicenda che, al di là delle definizioni tecniche (AI o delocalizzazione), restituisce l’immagine di un mercato del lavoro globale in cui le tutele locali mostrano tutta la loro fragilità di fronte alle strategie delle multinazionali.




