L’ambasciatrice Usa a Kiev getta la spugna: “Divergenze con Trump” sul sostegno all’Ucraina
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Redazione Esteri
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È una poltrona che scotta, quella dell’ambasciatore americano a Kiev, e la scia di dimissioni – o meglio, di abbandoni anticipati – si allunga nuovamente in queste ore, gettando un’ombra inquietante sulla tenuta della diplomazia statunitense nel bel mezzo di una guerra combattuta per procura. Julie Davis, l’incaricata d’affari facente funzione da maggio 2025 presso la sede diplomatica degli Stati Uniti in Ucraina, ha deciso di fare le valigie: lascerà l’incarico nelle prossime settimane, chiudendo di fatto una carriera trentennale nei ranghi del Dipartimento di Stato. A rivelarlo, citando fonti vicine al dossier, è il "Financial Times", secondo cui alla base della frustrazione della diplomatica ci sarebbero divergenze insanabili con il presidente Donald Trump. Il nodo, ancora una volta, è il sostegno a Kiev: un tema che, con il tycoon tornato alla Casa Bianca da oltre un anno, è diventato un campo minato per chiunque cerchi di imprimere una linea coerente senza scontrarsi con le direttive altalenanti della Casa Bianca.
Frustrazione e dimissioni in serie alla corte di Kiev
La partenza della Davis – che secondo fonti governative sarebbe confermata per i primi di giugno – non rappresenta un fulmine a ciel sereno, bensì l’ennesimo episodio di un copione già visto. La sua uscita, spiegano le ricostruzioni, segue di fatto quella della sua predecessora, Bridget Brink, la quale aveva già abbandonato il posto circa un anno fa per ragioni analoghe, ovvero per protestare contro la pressione esercitata dall’amministrazione affinché si allentassero le maglie del condizionale nei confronti di Mosca. Una vera e propria emorragia di talenti diplomatici che lascia scoperto un ruolo cruciale proprio mentre i riflettori si accendono su una possibile offensiva russa nei prossimi mesi; Julie Davis, d’altronde, non è nuova a incarichi difficili (aveva retto l’ambasciata a Cipro e la prima missione in Bielorussia), ma la gestione del dossier ucraino sotto l’amministrazione Trump appare un compito al limite dell’usura psicologica.
Lo scontro energetico che lacerà l’Europa: Slovacchia contro il divieto Ue sul gas russo
Se la frattura tra Stati Uniti e Ucraina diventa sempre più profonda, dall’altra parte dell’Atlantico sono le crepe interne all’Unione Europea a preoccupare gli analisti. La Slovacchia, guidata da Robert Fico, ha ufficialmente impugnato il regolamento europeo che impone il divorzio dal gas russo presso la Corte di Giustizia dell’Ue a Lussemburgo. Il ricorso, depositato il 24 aprile, contesta un provvedimento – previsto per entrare in vigore nell’autunno di quest’anno – definito da Bratislava non come una semplice norma commerciale, bensì come un "regime sanzionatorio" camuffato. La logica slovacca è chiara: se si tratta di una sanzione, come l’embargo sul petrolio russo, avrebbe richiesto l’unanimità in Consiglio e non una decisione a maggioranza qualificata; e lo stesso ragionamento – veicolato dalla portavoce del ministero della Giustizia Barbara Skulova – punta il dito contro quello che viene percepito come un rischio reale di alterazione dell’equilibrio dei poteri tra Bruxelles e gli Stati membri.
L’incognita ungherese e il contratto con Gazprom destinato a scadere
L’iniziativa slovacca si inserisce in un quadro già di per sé estremamente fluido, dato che l’Ungheria aveva già avviato una procedura simile in passato; ciò che rende la situazione ancora più fluida e incerta è però il recente cambio della guardia a Budapest, dove il nuovo esecutivo guidato da Peter Magyar ha preso il posto dopo anni di potere di Viktor Orban. Non è ancora chiaro se Budapest intenda proseguire con la stessa determinazione lungo questa strada, ma per Bratislava la posta in gioco è tangibile e pesantissima. Gli slovacchi hanno un contratto in essere con la russa Gazprom che scadrà soltanto nel 2034: se il regolamento Ue venisse applicato senza deroghe, il paese si troverebbe costretto a pagare regolarmente le royalties alla controparte russa (secondo le clausole "take-or-pay") senza però poter fisicamente ricevere o utilizzare le forniture. Un paradosso giuridico ed economico che, come certificato dal Centro di ricerca sull’energia e l’aria pulita, vede la Slovacchia importare ancora l’86% del proprio petrolio dalla Russia nel corso del 2025.
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