Siria, Assad condannato a morte in contumacia: la sentenza di Damasco e lo scudo di Mosca
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Redazione Esteri
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Quindici anni dopo le prime proteste di Daraa, che nel 2011 avevano acceso la miccia di una guerra devastante, la giustizia siriana ha emesso la sua prima storica condanna nei confronti dell'ex presidente Bashar al-Assad. L'11 agosto 2026, il tribunale penale di Damasco ha inflitto la pena capitale all'ex rais, riconosciuto colpevole di crimini di guerra e contro l'umanità per il ruolo avuto nella repressione che ha insanguinato il paese per quasi quattordici anni, causando circa mezzo milione di vittime.
La sentenza, emessa in contumacia, rappresenta un passaggio cruciale per le nuove autorità siriane guidate da Ahmed al-Sharaa, che da tempo hanno avviato un processo di transizione cercando di mettere sotto accusa i vertici del deposto regime. Assieme a Bashar al-Assad, la stessa sorte è toccata al fratello minore Maher, ex comandante della Quarta divisione corazzata d'élite, e ad altri alti funzionari come l'ex ministro della Difesa Fahd Jassem al-Freij e Louay Ali al-Ali, già a capo dell'intelligence militare a Daraa.
I capi d'imputazione e la lettura della sentenza
La decisione è stata resa nota durante una conferenza stampa tenutasi presso la Corte penale di Damasco, dove il giudice Fakhr al-Din al-Aryan ha letto i capi d'imputazione a carico dell'ex presidente siriano. Le accuse sono pesantissime e includono "omicidio premeditato di più persone, tra le quali bambini, reati di tortura, arresti arbitrari, crimini contro l'umanità".
Nel dettaglio, la corte ha contestato ad Assad l'uccisione deliberata di minori di quindici anni, atti di tortura con esito mortale e l'istigazione a ripetute uccisioni dolose, configurando un quadro giuridico che abbraccia sia i crimini di guerra che quelli contro l'umanità. Il tribunale ha inoltre stabilito che l'ex presidente debba essere "perseguito a livello internazionale", un monito che cerca di dare forza a una condanna che, di fatto, rischia di rimanere inesorabilmente confinata nella carta bollata.
L'asilo politico in Russia e la richiesta di estradizione
La condanna a morte, per quanto solenne, si scontra con una realtà politica complessa. Bashar al-Assad, infatti, si trova dal dicembre 2024 in Russia, dove ha ottenuto asilo politico da Vladimir Putin dopo la fuga precipitosa da Damasco, mentre le forze ribelli guidate da Hayat Tahrir al-Sham entravano in città. Mosca, che fu l'alleato più determinante nella guerra in Siria con un intervento militare decisivo nel 2015, non ha mai mostrato segni di voler cedere alle pressioni internazionali per l'estradizione.
La nuova Siria, dal canto suo, ha già avviato le richieste formali per ottenere la consegna dell'ex presidente, come confermato dal procuratore generale siriano durante una visita a Mosca nei mesi scorsi, ma il Cremlino finora ha opposto un muro di gomma, sottolineando che la Russia non è parte della Convenzione che istituisce la Corte penale internazionale e che l'asilo concesso è un atto sovrano.
Le relazioni tra Damasco e Mosca: equilibri post-bellici
A complicare ulteriormente il quadro, proprio nelle ore precedenti alla sentenza, Siria e Russia avevano annunciato un importante accordo militare per trasformare le basi russe di Hmeimim e Tartus in "centri congiunti di addestramento". Un'intesa, questa, che suggella una nuova fase nelle relazioni bilaterali e che, di fatto, allontana lo spettro di una rottura tra Damasco e Mosca, nonostante le richieste di giustizia per gli Assad.
Gli analisti internazionali vedono in questo avvicinamento una prova del realismo politico del nuovo governo siriano, che, per ricostruire un paese devastato dalla guerra, non può permettersi di alienarsi un partner strategico come la Russia, detentrice di un veto al Consiglio di Sicurezza ONU e fornitrice di grano ed energia.
Le prospettive giudiziarie e il caso degli altri imputati
Oltre ai due fratelli Assad, il tribunale di Damasco ha emesso condanne a morte anche per Atef Najib, cugino dell'ex presidente e capo della sicurezza politica nella provincia di Daraa, considerata la culla della rivolta. A differenza di Assad, Najib si trovava in Siria ed era già stato arrestato nel gennaio del 2025, rendendo la sua condanna potenzialmente eseguibile.
La decisione del tribunale siriano, sebbene rappresenti un passo epocale per il nuovo corso giudiziario del paese, si trova dunque a fronteggiare l'ostacolo rappresentato dalla protezione russa per gli ex vertici del regime. La sfida per Damasco sarà quella di trasformare una vittoria simbolica in un concreto atto di giustizia, mentre Mosca si conferma ancora una volta come il rifugio sicuro per i dittatori deposti, un messaggio che il Cremlino difficilmente rinnegherà per non perdere credibilità presso i propri alleati autoritari.
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