Consumi essenziali, divario Sud e gender gap: la fotografia dell’Istat che ridisegna l’Italia
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Il bilancio delle famiglie italiane, oggi più che mai, racconta la storia di un Paese che arranca sotto il peso delle necessità. A dirlo è l’ultimo report dell’Istat, “Storia di dati - I consumi cambiano insieme al Paese”, da cui emerge una realtà paradossale: se da un lato la spesa per alimentari e tabacchi è scesa drasticamente rispetto agli anni Cinquanta, dall’altro l’erosione del potere d’acquisto ha riportato le famiglie a concentrare le risorse sui soli beni essenziali. Nello specifico, abitazione, cibo e trasporti assorbono oggi oltre due terzi della spesa complessiva, una percentuale decisamente più alta rispetto a quanto avviene in Francia o Germania, dove le economie domestiche possono ancora permettersi quote consistenti di budget da destinare a ricreazione, cultura o ristorazione.
La morsa dei beni primari e il paradosso della crescita
L’analisi dell’istituto di statistica, presentata di recente, evidenzia come il benessere economico – misurato in termini di Pil pro capite reale – sia aumentato di oltre dodici volte tra il 1861 e il 2025, ma con una distribuzione temporale tutt’altro che lineare. Se il boom economico del secondo dopoguerra aveva moltiplicato la ricchezza, l’ultimo ventennio segna invece una preoccupante stagnazione. Una stagnazione che, di fatto, cancella le speranze di ripresa per quelle fasce di popolazione il cui reddito viene completamente prosciugato dal caro-affitti e dalle bollette. È proprio questa la fotografia scattata dall’Istat: oggi si spende in servizi quanto settant’anni fa si spendeva per il cibo, un indicatore dell’avanzamento civile, ma che cela l’incapacità del sistema di generare risparmio una volta soddisfatte le esigenze primarie.
Un divario storico: il Mezzogiorno sempre più distante
La ricerca, curata da Luigi Ferraiuolo, sottolinea inoltre come le disuguaglianze territoriali, anziché attenuarsi, si siano aggravate a partire dagli anni Cinquanta. Mentre al Nord si consolidava il modello industriale e dei servizi, il Sud è rimasto intrappolato in una spirale di consumi orientati quasi esclusivamente alla sussistenza. I dati parlano chiaro: le famiglie del Mezzogiorno spendono oggi il 20% in meno rispetto alla media nazionale, destinando più di un quarto del loro budget solo ad alimentari e bevande, contro il 19% del Centro-Nord. Una forbice che non accenna a richiudersi, anzi, si allarga se si analizza la capacità di investimento in cultura o istruzione, settori che determinano la mobilità sociale delle nuove generazioni.
Il lavoro femminile e il peso delle disuguaglianze di genere
A complicare ulteriormente il quadro c’è la persistente disparità di genere, un fattore che agisce da freno strutturale per l’intera economia. I dati più aggiornati, anche in vista delle politiche attive del lavoro per il 2026, confermano un tasso di occupazione femminile fermo al 58,3%, un valore che ci colloca agli ultimi posti in Europa. Non solo: il divario occupazionale tra uomini e donne supera ancora i 17 punti percentuali. Un divario che, secondo le elaborazioni ministeriali, diventa abissale in settori specifici come le costruzioni o i trasporti, dove la presenza femminile sfiora a malapena le due cifre percentuali. Le conseguenze, come sottolineato dagli analisti, si riversano inevitabilmente sulla natalità e sulla capacità di spesa delle famiglie monoreddito, costrette a rinunciare a qualsiasi acquisto non indispensabile.
La metamorfosi dei consumi tra emergenze e nuove povertà
Osservando l’evoluzione storica, si nota come lo shock petrolifero degli anni Settanta e la rivoluzione digitale abbiano modificato per sempre le abitudini degli italiani. Oggi la voce "abitazione" pesa per oltre il 35% sul bilancio familiare, quasi il doppio rispetto agli anni Ottanta, mentre la spesa per abbigliamento e calzature si è più che dimezzata. Una riconversione forzata che racconta di un Paese che, pur avendo abbandonato la povertà assoluta del dopoguerra, fatica a entrare in quella logica di consumo maturo tipica delle altre economie europee. La pandemia e le recenti pressioni inflazionistiche, con il loro rapido recupero solo apparente, hanno infine lasciato un segno indelebile, trasformando la prudenza in una necessità quotidiana piuttosto che in una scelta.




