Tajani: task force tra Dubai e Oman con le compagnie turistiche per riportare a casa gli italiani bloccati

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ondata di attacchi che ha squassato il Medio Oriente, con l’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la conseguente risposta di Teheran, ha prodotto una delle sue prime, concrete ripercussioni proprio sul nostro paese: l’esodo, o meglio, la corsa contro il tempo per trarre in salvo le migliaia di connazionali rimasti intrappolati in quella che, di fatto, è divenuta una zona di guerra. Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha così dato il via a un complesso ponte organizzativo, dispiegando una task force dell’unità di crisi della Farnesina, e questa è la sostanza della sua comunicazione, con un duplice baricentro operativo tra Dubai e Mascate. L’obiettivo, come ha spiegato il ministro, è duplice e non si limita alla mera assistenza: da un lato si tratta di garantire la sicurezza e il rientro ordinato di centinaia di italiani – si parla di circa settantamila presenze totali nell’area tra residenti e temporanei, con una concentrazione di trentamila persone solo tra Dubai e Abu Dhabi – e dall’altro di vigilare affinché non si scatenino fenomeni speculativi sul prezzo dei biglietti aerei, un rischio concreto quando la domanda di fuga supera improvvisamente l’offerta. I primi frutti di questa mobilitazione si sono visti con l’atterraggio a Fiumicino di un volo charter partito dall’Oman, a bordo del quale hanno trovato posto centoventisette italiani; un gruppo di novantotto connazionali, nella notte, era già stato trasferito dagli Emirati verso il sultanato per agevolare le operazioni di imbarco.

Mentre la macchina dei rientri prova a ingranare la marcia, con un altro volo speciale atteso a Milano per il rientro di circa duecento studenti minorenni, il livello di allerta all’interno dei confini nazionali è stato portato al massimo grado. Al Viminale, il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, convocato dal ministro Matteo Piantedosi, ha fotografato una situazione di potenziale vulnerabilità che riguarda l’intero stivale: sono oltre ventottomila gli obiettivi sensibili, un numero che comprende ambasciate, consolati, luoghi di culto e infrastrutture riconducibili ai paesi coinvolti nel conflitto, per i quali è stato disposto un immediato e visibile rafforzamento dei dispositivi di vigilanza. È in questo clima di tensione internazionale che si inserisce la preoccupazione espressa dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, la quale, pur parlando per la prima volta dopo l’inizio delle ostilità, ha voluto tracciare un filo rosso che lega il fronte mediorientale a quello ucraino, affermando che la crisi attuale sarebbe figlia di una più ampia crisi del diritto internazionale generata dall’invasione russa; una lettura, questa, che sposta il baricentro del dibattito sulle cause profonde del conflitto.

La risposta militare di Teheran, d’altro canto, non si è fatta attendere e ha allargato il perimetro dello scontro, con lanci di missili e droni che hanno raggiunto anche Cipro, colpendo una base britannica e dimostrando, qualora ce ne fosse bisogno, la capacità di proiezione della rappresaglia iraniana. Un’estensione del conflitto che rende ancora più impervio il lavoro della task force italiana, costretta a operare in uno scenario in cui persino i cieli sono off limits per le compagnie europee: i voli di linea non possono transitare e gli stessi aerei militari, se non opportunamente schermati, rischiano di diventare bersagli. Da qui la scelta di affidarsi ai vettori dell’area del Golfo, gli unici in grado di muoversi, seppur con gradualità, in uno spazio aereo caldo. Nell’immediato, l’aeroporto di Mascate si è trasformato in una piattaforma logistica essenziale per smistare i flussi in uscita, mentre dall’aeroporto di Fiumicino, dove una media di ottocento voli giornalieri è stata ridimensionata con decine di cancellazioni per le rotte mediorientali, si sono visti atterrare i primi, provati superstiti di quella che molti hanno raccontato come una fuga nel deserto, con viaggi in auto a noleggio e lunghi tratti percorsi a piedi pur di raggiungere il confine con l’Oman e mettersi in salvo.

Lo scontro politico sull’operato del governo e la posizione dell’Italia

Il quadro internazionale, già di per sé incandescente, ha trovato un contraltare tutto interno nelle aule parlamentari, dove l’audizione dei ministri Tajani e Crosetto è degenerata in un acceso scontro tra maggioranza e opposizioni. Il fulcro della polemica, come spesso accade, ha assunto anche contorni personali, incentrandosi sulla figura del titolare della Difesa, finito al centro delle critiche per la sua presenza a Dubai proprio nelle ore immediatamente successive all’attacco. Crosetto, in un passaggio che ha mescolato la dimensione privata con le sue responsabilità pubbliche, ha ammesso un possibile errore di valutazione, chiedendo scusa per essere rimasto bloccato, ma motivando la sua scelta con la presenza dei due figli, con i quali si trovava in vacanza, e con i quali ha scelto di rimanere; ha spiegato, nelle sue comunicazioni, di aver vagliato l’ipotesi di farli rientrare con un aeroporto vuoto, ma di aver scartato l’idea perché istituzionalmente inopportuno, decidendo di condividere il loro destino, quello di comuni cittadini in attesa di un volo.

Una posizione che non ha placato le opposizioni: la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha insistito perché a riferire in Aula fosse direttamente la presidente Meloni, mentre il leader del Movimento Cinque Stelle, Giuseppe Conte, ha definito l’offensiva un disastro che rischia di innescare un’escalation senza limiti. Dall’altra parte, la maggioranza ha serrato i ranghi, con Matteo Salvini che ha espresso piena fiducia nei colleghi di governo e con Fratelli d’Italia che ha bollato le critiche come miserabili. La stessa Meloni, interpellata sulla vicenda, ha tagliato corto, difendendo il suo ministro e affermando che non ha mai smesso di fare il suo lavoro, nemmeno da Dubai, dove era in costante contatto con il ministero. Resta, sullo sfondo, la questione di fondo che attanaglia il dibattito politico: l’Italia, alleata di Stati Uniti e Israele, non era stata preventivamente informata dell’attacco, una circostanza che il governo ha dovuto confermare, limitandosi a ribadire l’impegno per una de-escalation e per la sicurezza dei propri cittadini, mentre l’Europa guarda con apprensione a un conflitto che si allarga e che rischia di avere ripercussioni pesanti anche sul mercato energetico, con un balzo del venticinque per cento del gas.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.