«Per loro resto “Lu”»: Luciana Littizzetto, i figli in affido e quel romanzo sulla menopausa
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Luciana Littizzetto, che di mestiere fa ridere e pensare spesso nella stessa battuta, ha scelto un’intervista al Corriere della Sera per mettere nero su bianco alcune verità private, e l’ha fatto con la schiettezza che la contraddistingue. A sessantun’anni, con un nuovo romanzo tra le mani – “Il tempo del la la la”, edito da Mondadori – la comica torinese ha raccontato cosa significa essere madre in affido di due ragazzi ormai adulti, Vanessa e Jordan, rispettivamente di trentuno e ventotto anni. Di loro, dice con un misto di ironia e tenerezza che non le appartiene mai per caso, che la chiamano “Lu”. Un diminutivo che suona come una carezza disincantata, lontana da ogni retorica familiare. Vanessa, spiega, lavora come social media manager; Jordan, invece, si è fatto strada nel mondo delle produzioni cinematografiche. E la Littizzetto, da parte sua, ammette senza falsi pudori di cercare di non essere “sfinente”, pur nella consapevolezza – raccontata con quella sua autoironia così riconoscibile – di non riuscirci sempre.
La madre che non vuole essere invadente
Essere genitore, per chiunque, è un esercizio di equilibrio instabile. Nel caso di un affido, poi, le variabili si moltiplicano, e Luciana lo sa bene. Per questo, quando parla del rapporto con Vanessa e Jordan, evita le dichiarzioni pompose e si concentra su un obiettivo minimo ma ambizioso: non risultare opprimente. “Cerco di non essere sfinente”, ha detto, quasi scusandosi per i momenti in cui – ammette – le capita di oltrepassare quel confine invisibile che separa la presenza discreta dall’ingombro affettivo. Una consapevolezza che arriva da lontano, forse anche dalle esperienze più dure, come un ricovero ospedaliero di cui ha parlato senza vittimismi, raccontando che proprio lì ha capito cosa le mancasse davvero. Non lo specifica, ma chi la segue da anni può intuire: il contatto vero, la relazione non mediata dal palcoscenico, la possibilità di essere semplicemente “Lu”.
I settantadue sintomi e la nebbia degli irti colli
Il romanzo che sta portando in libreria, “Il tempo del la la la”, non è una biografia mascherata, ma di certo attinge a piene mani dal suo vissuto più intimo. Il titolo, ha spiegato, evoca quel momento della vita in cui ci si ferma e non si sa più da che parte andare: come quando un cantante perde l’ispirazione e invece delle parole infila un “la la la” a tappare i buchi. E il tema portante è la menopausa, argomento a lungo rimosso dal dibattito pubblico prima che star come Elle Macpherson o Gwyneth Paltrow ne facessero persino un business. Littizzetto, però, lo affronta con la sua lente deformante ma fedele alla realtà. I settantadue sintomi? Li elenca con precisione ironica, e il più noioso, dice, è la “brain fog”: quella nebbia mentale che ti fa ricordare “La nebbia agli irti colli” di Carducci – e perfino la versione parodistica di Fiorello – ma non dove hai parcheggiato l’auto.
Un romanzo senza filtri e senza rimpianti dichiarati
Nell’intervista, la comica non ha evitato i cosiddetti “mea culpa”, anche se non li ha trasformati in un teatrino del pentimento. Parla dei rimpianti come di qualcosa che appartiene a chiunque arrivi a una certa età, senza però indugiare in autocommiserazione. Il libro, del resto, è la sua creatura più speciale, forse perché per la prima volta abbandona la battuta fulminante per costruire una narrazione più distesa, pur senza perdere quella verve che l’ha resa celebre. E se c’è chi ancora cita “Sola come un gambo di sedano”, lei adesso guarda altrove. Ai figli che ha scelto, alla menopausa che non si sceglie ma si abita, a quel “la la la” che diventa metafora di un’intera fase della vita. Senza filtri, ma anche senza la pretesa di avere tutte le risposte.




