Marte, il rover Curiosity scopre molecole organiche mai viste: c’è un precursore del Dna

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Sul Pianeta Rosso, dove il vento sottile solleva polveri di ossido ferrico da quattro miliardi di anni, il rover Curiosity della Nasa – attivo da quattordici anni ormai in una missione che ha superato ogni più ottimistica previsione di durata – ha appena firmato un’altra scoperta destinata a riaccendere i riflettori della comunità scientifica internazionale. Non si tratta, questa volta, di una semplice conferma di quanto già ipotizzato, bensì dell’identificazione di tracce di composti organici mai rilevati prima su Marte, tra i quali spicca una molecola contenente azoto la cui struttura ricorda da vicino i precursori del Dna, quei mattoni fondamentali che, sulla Terra, hanno reso possibile l’emergere della vita. A darne notizia è uno studio dell’Università della Florida, che ha analizzato i dati trasmessi dal laboratorio chimico del rover, un piccolo gioiello tecnologico grande quanto un forno a microonde ma capace di eseguire procedure mai tentate al di fuori del nostro pianeta.

L’esperimento di “wet chemistry” che ha cambiato le regole del gioco

Il risultato, va detto, non è arrivato per caso, ma grazie a un esperimento di chimica in soluzione – la cosiddetta “wet chemistry” – eseguito per la prima volta nella storia dell’esplorazione spaziale su un celeste diverso dalla Terra. Fino a oggi, Curiosity aveva utilizzato principalmente la tecnica della pirolisi, che consiste nel riscaldare i campioni di roccia fino a temperature elevatissime per liberare le molecole organiche intrappolate. Un metodo efficace, ma non privo di limiti: il calore, infatti, può alterare o distruggere proprio quei composti più fragili e, per certi versi, più interessanti. Con il nuovo approccio, i ricercatori hanno invece impiegato un solvente portato dalla Terra, mescolandolo con un campione prelevato nella regione argillosa di Glen Torridon, all’interno del cratere Gale. Il sito si chiama Mary Anning 3, in omaggio alla celebre paleontologa inglese, e ha restituito una varietà di sostanze chimiche mai osservata prima: oltre venti composti organici differenti, alcuni dei quali del tutto inediti per le cronache marziane.

Molecole organiche, ma non necessariamente biologiche: il nodo irrisolto

C’è un aspetto, tuttavia, che gli stessi autori dello studio tengono a sottolineare con cautela, e che riguarda l’origine di queste molecole. Il fatto che siano organiche – cioè a base di carbonio, spesso associate alla chimica della vita – non dimostra di per sé che siano state prodotte da organismi viventi, né oggi né in un lontano passato. Potrebbero essere il risultato di processi geologici, magari legati all’attività idrotermale che un tempo, si ipotizza, ha caratterizzato il cratere Gale; oppure potrebbero rappresentare la firma chimica di impatti meteoritici, responsabili di aver depositato materiale organico dallo spazio. Lo stesso esperimento, per quanto innovativo, non è in grado di distinguere tra queste tre ipotesi: biologica, geologica o esogena. Quel che è certo, però, è che la superficie di Marte – spesso descritta come un deserto sterile e ostile – possiede una capacità di conservazione delle molecole organiche molto più elevata di quanto si credesse, e questo apre scenari inaspettati per le prossime missioni.

In attesa di ExoMars: il futuro è nelle mani del rover Rosalind Franklin

La scoperta di Curiosity, va da sé, arriva in un momento cruciale per la strategia esplorativa dell’agenzia spaziale statunitense e di quella europea. Il prossimo passo, infatti, è rappresentato dalla missione ExoMars, che prevede il lancio del rover Rosalind Franklin – un veicolo dotato di un trapano in grado di spingersi fino a due metri di profondità, dove le molecole organiche sarebbero al riparo dalle radiazioni e dai processi ossidativi che degradano la materia organica in superficie. Il lancio, al momento, non è previsto prima della fine del 2028, e nel frattempo i ricercatori continueranno a setacciare i dati già raccolti da Curiosity. Il campione di Mary Anning 3, con la sua ricchezza chimica, rappresenta già un piccolo tesoro: contiene molecole simili a quelle che, sulla Terra primordiale, hanno preceduto la formazione degli acidi nucleici. Non si tratta di Dna, è bene precisarlo, ma di precursori, composti più semplici che condividono con il codice genetico alcuni elementi strutturali. E se su Marte – un pianeta che pure ha avuto oceani e atmosfera – si sono formati gli stessi ingredienti, allora l’idea che la vita possa essere un fenomeno cosmico comune diventa ogni giorno meno fantascientifica.

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