Franco Baresi e la scommessa generazionale: all’Italia serve coraggio, i giovani forti ci sono
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Redazione Sport
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Ci sono giorni in cui il passato, quello che ha scritto le pagine più gloriose del calcio italiano, fa capolino dall’uscio dei ricordi e colpisce duro, trafigge implacabilmente una realtà che sembra non avere più un ordine naturale. C’è stato un tempo, non così lontano, in cui una partecipazione ai Mondiali per l’Italia era come il sole che sorge ogni giorno: scontata, quasi eterna. Nessuno fantasticava su scenari alternativi perché quello era lo standard, il fondamento su cui si costruiva l’immaginario collettivo. A quell’epoca appartiene Franco Baresi, e va detto con chiarezza: non ne è stato solo un interprete, l’ha incarnata in ogni sua fibra, per la grandiosità tecnica così come per quello spessore umano che gli permetteva di assumersi le responsabilità nei momenti che contano. La sua voce, in queste ore di deserto emotivo successivo all’ennesima esclusione, risuona con la forza di chi ha vissuto l’apice e oggi osserva il baratro.
Baresi chiede coraggio. Non un coraggio generico o retorico, ma una scelta precisa, chirurgica, che i club italiani sembrano avere smarrito nei meandri delle proprie convenienze. I giovani forti ci sono, sostiene l’ex capitano, ma serve la volontà di valorizzarli, di rompere quel circolo vizioso che vede i talenti nostrani relegati in panchina mentre le società preferiscono investire su profili stranieri già pronti o, per usare una sua espressione implicita, su trentenni che non possono rappresentare il domani. È un’analisi che arriva dritta al punto, dopo aver toccato il fondo per la terza volta consecutiva – una débâcle forse peggiore delle precedenti perché certifica che dagli errori passati non abbiamo tratto alcun insegnamento. Serve ripartire da zero, vale a dire dai ragazzi, da chi può almeno contare sulla speranza del futuro per provare a voltare subito pagina.
L’ossatura del domani: i punti fermi e le nuove leve
Snocciolando la lista dei convocati per gli spareggi contro Irlanda del Nord e Bosnia Erzegovina, emerge con chiarezza la necessità di individuare un’ossatura duratura. Pochi i punti fermi, almeno per ora. Tra i pali, Gianluigi Donnarumma rappresenta una certezza assoluta nonostante la giovane età, mentre a centrocampo la leadership di Sandro Tonali appare altrettanto indiscutibile. A questi si aggiunge Francesco Pio Esposito, il classe 2005 dell’Inter che, nonostante il rigore sbagliato nella fatale lotteria di Zenica – un errore per cui, dicono molti, le gambe tremanti non potevano essere colpa sua ma del peso di un sistema che lo ha esposto troppo presto a pressioni immense – rimane il simbolo più nitido di questa rifondazione. La sua presenza in un top team, con un minutaggio importante e tre gol già messi a segno in sette presenze in Nazionale, ne fa un perno inamovibile del progetto.
Attorno a questi, i nomi da cui ripartire cominciano a delinearsi. La difesa può contare sulla solidità di Riccardo Calafiori, ormai stabilmente all’Arsenal, e sulla prospettiva rappresentata da Marco Palestra, il laterale del Cagliari classe 2005 che ha già assaporato l’aria della prima squadra in queste decisive partite. Destinato a tornare all’Atalanta a fine stagione, Palestra incarna quel profilo duttile e atletico che in altre epoche sarebbe stato lanciato senza troppi indugi. Nel centrocampo, accanto a Tonali, si sta facendo strada Niccolò Pisilli della Roma, mentre tra i pali la concorrenza a Donnarumma si fa interessante con Marco Carnesecchi dell’Atalanta. La svolta generazionale passa inevitabilmente dall’azzeramento di alcuni elementi: volti come quelli di Matteo Politano, Leonardo Spinazzola e Bryan Cristante, che a cavallo dei trent’anni non possono più essere considerati il futuro, lasciano spazio a interpreti più freschi.
Oltre la lista: il bacino inesplorato tra Serie B e scommesse europee
Limitarsi ai nomi già in orbita sarebbe però miope. Il bacino dal quale attingere, se i club e il prossimo commissario tecnico avranno il coraggio di farlo, è più ampio di quanto si creda. La Serie B, spesso considerata un vivaio minore, custodisce talenti preziosi. Da tenere d’occhio sono Gabriele Guarino dell’Empoli e Simone Pafundi, il quale dopo l’exploit iniziale cerca riscatto alla Sampdoria. C’è poi Francesco Camarda, in prestito al Lecce dal Milan, la cui crescita è stata frenata da problemi fisici ma il cui potenziale rimane immenso. Anche Jeff Ekhator del Genoa e Mattia Liberali al Catanzaro rappresentano scommesse che andrebbero seguite con attenzione, così come i centrocampisti Cesare Casadei del Torino e Matteo Prati del Cagliari.
Non vanno poi dimenticati gli italiani che giocano all’estero, una riserva spesso sottovalutata. Accanto a chi è già nel giro come Calafiori e Destiny Udogie, spuntano profili interessanti come Luca Reggiani, difensore del Borussia Dortmund, o il rebus Nicolò Tresoldi del Club Bruges, oggi pilastro dell’Under-21 tedesca ma con un passaporto italiano che lascia aperta una porta alla quale forse varrebbe la pena bussare. La partita per ricostruire una Nazionale competitiva in vista degli impegni futuri si gioca anche lì, su quei talenti che l’Italia rischia di perdere per mancanza di attenzione o per la lentezza burocratica che contraddistingue il sistema.
La rivoluzione mancata e il ruolo dei club
Il punto dolente, quello su cui Baresi insiste con maggiore forza, riguarda però il ruolo dei club. La lista dei convocati per gli spareggi ha rivelato un’altra verità scomoda: accanto a giovani come Pio Esposito, Palestra o Pisilli, c’erano ancora calciatori trentenni che avevano già fallito le precedenti qualificazioni. È un paradosso che riflette la difficoltà del calcio italiano a compiere quella cesura netta, quella “rivoluzione giovane e necessaria” di cui si parla da anni ma che puntualmente viene rinviata. I club, che per primi dovrebbero favorire l’emergere di questi talenti, spesso preferiscono la scorciatoia del mercato estero, disincentivando la crescita del materiale umano a disposizione.
Se si analizza la rosa che Gattuso ha avuto a disposizione per l’ultima sfida, si nota come mancassero alcuni degli elementi più interessanti del panorama nazionale: Cher Ndour, talento della Fiorentina che ha scelto di rappresentare l’Italia dopo una trafila nelle giovanili, è rimasto fuori, così come Antonio Vergara del Napoli, fermato da un infortunio che ne ha frenato l’ascesa. E ancora, Davide Bartesaghi del Milan e Honest Ahanor dell’Atalanta, giovanissimi ma già pronti per un salto di qualità, sono stati relegati ai margini. La sensazione è che manchi la visione, la capacità di progettare un ciclo lungo, proprio quella che Baresi chiede a gran voce. Servirebbe un cambio di passo deciso, una volontà politica che sposi l’idea di investire sulla generazione Z senza timori reverenziali.




