Cisgiordania, i palestinesi marchiati con il numero 44: l’esercito israeliano ammette le violenze ma il caso riaccende le polemiche

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un numero, il 44, impresso sulla fronte con un pennarello indelebile. Lo stesso segno, identico, compariva anche sulle braccia e sulle mani di altri palestinesi fermati durante un blitz dell'esercito israeliano a Qabatiyah, nel nord della Cisgiordania, un'incursione che ha messo sotto assedio il villaggio per sette ore e che ha scatenato un'ondata di indignazione internazionale.

Tra i volti segnati da quella cifra, spicca quello del giornalista Mahmoud Zakarneh, divenuto involontariamente il simbolo di un episodio che il deputato arabo-israeliano Ahmad Tibi non ha esitato a definire "sconvolgente e ripugnante". Una pratica, quella della marcatura, che è stata poi ammessa e riconosciuta come grave dagli stessi vertici delle Forze di Difesa Israeliane (Idf), scatenando un acceso dibattito sulla condotta delle truppe nei territori occupati.

Il fatto è avvenuto durante un'operazione militare su larga scala, durante la quale i soldati hanno fatto irruzione in circa un centinaio di edifici alla ricerca di individui sospettati di progettare attacchi. Oltre ai due arresti ufficialmente confermati per sospetta attività terroristica, fonti locali hanno parlato di un numero ben più elevato di fermati, molti dei quali sarebbero stati rilasciati solo dopo essere stati marchiati con quei numeri.

Secondo quanto riportato, i militari avrebbero giustificato l'atto come un metodo per identificare e organizzare gli interrogatori, una sorta di codice per tenere traccia delle persone già controllate nell'arco dell'operazione. Tuttavia, la scelta di scrivere le cifre a pennarello nero direttamente sulla pelle, e addirittura sul volto, ha immediatamente sollevato un coro di proteste, con diversi osservatori che hanno sottolineato il carattere disumano e degradante di una simile prassi.

L'ammissione dell'Idf e il precedente di aprile

Di fronte alla diffusione delle immagini e alle crescenti pressioni mediatiche, l'esercito israeliano ha rotto il silenzio, confermando l'accaduto e riconoscendo che i soldati coinvolti avevano effettivamente "esagerato" nel loro operato. In una nota ufficiale, i vertici militari hanno fatto sapere che i comandanti hanno sottolineato la "gravità" dell'atto nei confronti delle truppe e che sono state tratte le "dovute lezioni" per evitare che simili episodi possano ripetersi in futuro.

Un comunicato che, nelle sue formulazioni, ricalca quasi pedissequamente quanto già dichiarato dall'Idf lo scorso aprile, quando un episodio analogo aveva visto protagoniste alcune donne palestinesi nel campo profughi di Jenin. In quell'occasione, i soldati avevano scritto dei numeri sulle mani delle donne per indirizzarle all'interno del campo, una pratica che all'epoca era stata definita dall'esercito come un "errore di valutazione" e una "cattiva valutazione".

La reiterazione di un comportamento già censurato in precedenza ha alimentato ulteriormente le critiche, facendo emergere dubbi sull'efficacia dei richiami interni e sulla reale volontà di porre fine a queste pratiche di identificazione forzata. Secondo quanto riferito da fonti palestinesi, non si tratterebbe di un caso isolato, ma di un modus operandi che si ripete con una certa frequenza durante le operazioni di rastrellamento, e che si sommerebbe ad altre denunce di violenze, percosse e interrogatori minacciosi subiti dai fermati.

Il caso di Qabatiyah tra disumanizzazione e memoria storica

L'immagine del giornalista Zakarneh con il numero 44 sulla fronte, dopo essere stato fermato e rilasciato, ha fatto il giro del mondo, diventando il simbolo di una controversia che tocca corde profonde della memoria storica collettiva. L'utilizzo di numeri per identificare le persone, specialmente in un contesto di detenzione e discriminazione, ha inevitabilmente rievocato uno dei capitoli più bui del Novecento, richiamando alla mente la pratica nazista di tatuare numeri sui prigionieri dei campi di concentramento.

Il deputato Ahmad Tibi, leader del partito arabo-israeliano Ta'al, ha colto con forza questo parallelismo, dichiarando che "è così che si presenta la disumanizzazione: si cancella l'essere umano e lo si trasforma in un numero", aggiungendo che "è un'immagine che ricorda periodi bui" e che dovrebbe "sconvolgere tutti".

Le sue parole hanno trovato eco in molte voci della società civile e in diversi commentatori internazionali, che hanno visto nella marcatura dei palestinesi non solo un atto di violenza fisica, ma soprattutto un gesto simbolico di profonda degradazione della persona.

Lo stesso Zakarneh, in un'intervista rilasciata ai media locali, ha raccontato come i soldati lo avessero avvertito di non prendere parte a eventuali scontri contro i coloni, qualora questi ultimi avessero fatto irruzione nel villaggio, un monito che testimonia il clima di tensione e di paura che permea la vita quotidiana in Cisgiordania.

La presenza dei coloni israeliani, le cui azioni violente mirate a scacciare i palestinesi dalle loro terre si susseguono ormai con una frequenza allarmante, costituisce uno sfondo costante di queste operazioni militari, un terreno fertile per l'innesco di nuove crisi e nuove accuse di soprusi.

Le reazioni politiche e il contesto di violenza dilagante

Il caso di Qabatiyah ha acceso nuovamente i riflettori sulle condizioni di vita della popolazione palestinese in Cisgiordania, già segnata da un'escalation di violenza che ha subito una drastica accelerazione dopo il 7 ottobre 2023. Le operazioni di rastrellamento dell'Idf, sebbene ufficialmente giustificate come necessarie per contrastare il terrorismo, finiscono spesso per coinvolgere intere comunità, con conseguenze devastanti sulla vita civile.

A questo si aggiunge l'attività dei coloni estremisti, che agiscono con crescente impunità, mettendo sotto assedio villaggi e minacciando le famiglie palestinesi per costringerle ad abbandonare le loro case.

In questo contesto di tensione permanente, la notizia della marcatura con il numero 44 ha suscitato la condanna immediata di esponenti politici palestinesi e di diverse organizzazioni per i diritti umani, che hanno chiesto un intervento chiaro e deciso da parte della comunità internazionale per fermare quelle che vengono considerate gravi violazioni del diritto internazionale.

Da parte israeliana, l'ammissione di "esagerazione" da parte dei vertici militari è parsa a molti osservatori come un tentativo di circoscrivere lo scandalo a un episodio isolato, senza tuttavia affrontare le radici profonde di una cultura militare che sembra normalizzare l'umiliazione e la privazione della dignità del nemico.

La scelta di marchiare i corpi, di ridurre le persone a semplici numeri in attesa di essere interrogate, è stata interpretata da molti come la prova di una sistematica politica di disumanizzazione del popolo palestinese, di cui la violenza fisica e le umiliazioni quotidiane sono solo la manifestazione più evidente.

La promessa dell'esercito di "imparare la lezione" appare, alla luce dei fatti e dei precedenti, ancora una volta insufficiente a placare le polemiche e a rassicurare una popolazione che vive quotidianamente sotto assedio e che chiede, invece, rispetto per i propri diritti fondamentali.

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