Il suono della campanella e l'assenza di Riccardo, mentre a Crans-Montana si chiede giustizia
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Redazione Interno
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La campanella, che come ogni mattina risuona alle 8.10 nel liceo scientifico Cannizzaro all'Eur di Roma, non ha più potuto richiamare tra i banchi Riccardo Minghetti. Il ritorno in classe dopo le vacanze natalizie, scandito dalla consueta sequenza di matematica, fisica e scienze, si è scontrato con un vuoto che i compagni e gli insegnanti portano dentro come un peso muto, un'interruzione improvvisa in una storia collettiva che sembrava avere davanti un intero percorso. È in quel contesto, tra i muri familiari della scuola, che si è tenuta una lezione diversa, condotta non da un docente ma dai genitori del ragazzo, chiamati a raccontare, di fronte alla classe rimasta orfana di un amico, il figlio che non tornerà più.
Le parole di una madre e la ricerca della verità
Mentre a Roma si cercava, in un dialogo così intimo e straziante, una forma di continuità attraverso la memoria, in Svizzera le voci dei familiari delle vittime si levavano per chiedere conto di quanto accaduto. Carla Lavina Scotto, la madre di Riccardo, ha parlato senza mezzi termini, in occasione della messa in suffragio per le vittime della strage di Crans-Montana, indicando quelle che a suo giudizio sono state gravi negligenze. "La procuratrice svizzera ha commesso molti errori fin dall'inizio", ha affermato, allargando poi il discorso alle responsabilità dell'ente locale che, a suo dire, non avrebbe eseguito i necessari controlli di sicurezza sul locale Constellation, teatro dell'incendio in cui persero la vita sei giovani italiani e altre persone. Le sue dichiarazioni, che delineano un contesto di controllo territoriale esercitato da poche famiglie, aggiungono un tassello controverso alla complessa inchiesta giudiziaria ancora in corso.
La lettera della professoressa: una promessa tra i banchi vuoti
All'interno delle mura scolastiche, intanto, il ricordo di Riccardo prendeva la forma di una lettera scritta dalla professoressa Teresa Santoro, sua docente e vice preside. Quel testo, carico di un dolore personale ma anche di una ferma determinazione pedagogica, costituisce una testimonianza diretta del legame spezzato. "Quanto avrei voluto ritrovarti il 7 gennaio tra quei corridoi. Ci ho sperato fino all'ultimo", scrive l'insegnante, rivelando la crudele sospensione tra la normalità attesa e la tragica realtà. La sua non è solo una riflessione sul lutto, bensì una dichiarazione d'intenti: portare avanti, nel quotidiano della scuola, l'amore per la vita che distingueva il giovane, facendo sì che ogni sorriso futuro custodisca un frammento della sua energia. Una promessa che trasforma l'assenza in una presenza diversa, affidata alla vita della comunità scolastica.
Il percorso della memoria tra aule e aule di tribunale
I due piani, quello privato del cordoglio e quello pubblico dell'indagine, procedono dunque paralleli, intrecciandosi solo nel nome delle vittime. Da una parte, c'è lo sforzo di chi, come i genitori di Riccardo, affronta il compito disumano di dare un senso al futuro spezzato del figlio, parlandone ai suoi coetanei e mantenendo viva la sua immagine al di là della cronaca nera. Dall'altra, procede l'iter giudiziario, con le sue ombre e le sue accuse, che vede i familiari assumere un ruolo attivo nel sollecitare verità e responsabilità su una tragedia che ha varcato i confini nazionali. La scuola, in questo mosaico, diventa il luogo simbolico dove l'assenza si fa più tangibile, ma anche dove si prova a costruire, lettera dopo lettera, lezione dopo lezione, un argine contro l'oblio, affermando che, in qualche modo, "qui vivrà per sempre".




