Il diritto internazionale esiste ancora?

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’Europa, che pure dovrebbe ergersi a baluardo della ragionevolezza nel fragore dei conflitti globali, si trova oggi non a mediare le tempeste ma piuttosto al centro del ciclone, travolta da venti di guerra che ne mettono a dura prova i principi fondanti. La recente azione militare in Venezuela, promossa dagli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump, unitamente alle insistenti rivendicazioni statunitensi sulla Groenlandia, rappresentano una sfida frontale alle basi stesse del diritto che regola i rapporti fra gli Stati. Una forza nuda, per riprendere le parole del filosofo seicentesco Thomas Hobbes, che sembra ridare vita a quello stato di natura hobbesiano, caratterizzato da un egoismo senza freni e da un desiderio perpetuo di mutamento. In questo quadro, il silenzio o l’incapacità di reazione coerente da parte delle istituzioni europee appare a molti osservatori come un ulteriore colpo alla credibilità di quel sistema normativo internazionale già gravemente compromesso.

La risposta europea tra commercio e geopolitica

Proprio in questi giorni, tuttavia, l’Unione Europea tenta di ritagliarsi uno spazio di autonomia e influenza attraverso la via della diplomazia economica. Dopo un’annosa e complessa trattativa, durata quasi quanto quella che precedette la nascita della Comunità, sta infatti definendo i contorni di una “Via della Seta Europea” in senso inverso. Questo ambizioso progetto d’infrastrutture, che mira a collegare il Vecchio Continente al Sudamerica, non si propone – almeno ufficialmente – come una contrapposizione alla Belt and Road Initiative cinese, ma piuttosto come un’armonizzazione e un’alternativa valida per i flussi commerciali globali. Un’iniziativa che, nelle intenzioni dei suoi promotori, dovrebbe fondarsi su principi di sostenibilità e legalità internazionale, contrapponendo alla logica della forza pura quella di uno sviluppo condiviso e regolato.

L’analisi della crisi sistemica

Gli eventi in Venezuela, però, gettano una luce cruda sulla distanza che separa gli ideali dalla realtà dei fatti. L’intervento militare, giustificato da Washington con motivazioni che spaziano dalla difesa degli interessi nazionali alla protezione di principi democratici, è stato analizzato dall’esperto di diritto internazionale Luigi Daniele, il quale ne ha evidenziato le profonde criticità giuridiche. Secondo il professore associato dell’Università del Molise, intervistato nel programma “MappaMondi”, l’approccio dell’amministrazione Trump al diritto internazionale sembra essere “fino a un certo punto”, ovvero subordinato a una visione del potere che privilegia la sovranità nazionale assoluta e l’azione unilaterale. Una posizione che, di fatto, svuota di significato il quadro normativo multilaterale costruito nel secondo dopoguerra e lascia gli altri attori, l’Europa in primis, nella difficile condizione di dover reagire a fatti compiuti.

Il peso delle omissioni e il caso groenlandese

La crisi di credibilità non nasce soltanto dalle azioni eclatanti, ma anche dalle omissioni e dalle ambiguità. Il caso delle rivendicazioni sulla Groenlandia, per esempio, benché per ora rimasto sul piano delle dichiarazioni, rappresenta un ulteriore esempio di come vengano messi in discussione trattati e assetti territoriali consolidati, in nome di una ridefinizione degli spazi di influenza. Dinanzi a simili scenari, la risposta europea fatica a trovare un’unità di intenti e una voce chiara, finendo per apparire come un intralcio al divenire delle “magnifiche sorti e progressive” decise altrove. La costruzione di corridoi commerciali alternativi, per quanto strategica, da sola non basta a rispondere alla domanda fondamentale che riecheggia nelle aule universitarie e nelle cancellerie: quale spazio rimane per il diritto quando a dominare è la pura relazione di forza? Una domanda alla quale, al momento, non sembra esserci risposta.

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