Malika Ayane a Sanremo 2026 con Animali notturni, tra funk e citazioni cinematografiche

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un’eleganza che non ha bisogno di urlare per imporsi, quella stessa che Malika Ayane, giunta al suo quinto Festival di Sanremo, sfoggia con Animali notturni, un brano che gioca con ritmi funky e incursioni percussive senza mai perdere quella patina di sofisticata leggerezza che da sempre contraddistingue la sua cifra stilistica. Il pezzo, scritto a più mani dalla stessa Ayane insieme a Stefano Marletta, Edwyn Roberts e Giordano Cremona con la produzione di Itaca e Faraone, si muove su un immaginario notturno e metropolitano dove le strade diventano giungle e due persone, nonostante siano "vicinissimi", faticano a trovarsi, quasi fossero appunto animali abituati al buio più che alla luce del giorno. Ed è in questo contrasto, in questa tensione verso l’altro che sfugge pur essendo a portata di mano, che la canzone trova la sua ragion d’essere, sviluppando un racconto che parla di legami maturi, di quelle relazioni che si scelgono ogni giorno nonostante la fatica e la nostalgia, come quando canta: "E vorrei sapere cosa fai, ma non è male questa nostalgia, lo sai". La cantante milanese, del resto, ha sempre avuto il dono di cesellare test che sembrano cesellati con il bisturi, capaci di scavare in profondità senza mai risultare pesanti o didascalici.

Un concept visivo firmato Rebecca Baglini per raccontare la complessità femminile

Non è solo la musica a fare la differenza in questa settantesima edizione del festival, perché Malika Ayane ha scelto di affidarsi a Rebecca Baglini, direttrice creativa di StyledByMe, per un progetto corale che parte proprio dal brano in gara e si estende all’immagine, agli abiti, alla narrazione visiva che accompagnerà le serate all’Ariston. Baglini, che veste anche altri artisti in questa kermesse -10, ha sviluppato un concept che parte dal significato profondo di Animali notturni, una canzone che esplora quella complessità tutta femminile fatta di tante donne che convivono dentro una sola donna, di quel momento della vita in cui si smette di aspettare il giudizio altrui e si comincia a conoscere davvero chi si è e cosa si desidera diventare. Per la prima serata, la scelta è caduta su un lucente abito nero in taffetà di seta, un look minimal e contemporaneo che gioca sui contrasti proprio come il brano, dove la leggerezza dell’impianto musicale funk si scontra con la profondità di un testo che parla di vulnerabilità e autodifesa, di quelle fragilità che si nascondono dietro l’eleganza e il controllo. Il verso "Ignora la parola fine, che non so più a chi appartengo se vai via" diventa così il perno attorno a cui ruota un intero universo estetico, dove la moda non è semplice abbellimento ma estensione naturale del racconto musicale.

Il testo e le sue atmosfere: dalla giungla metropolitana alla luna da raggiungere

"La strada è una giungla, puntiamo alla luna come animali notturni": il cuore del brano sta tutto qui, in questa dichiarazione d’intenti che fonde la realtà urbana più cruda con l’aspirazione a qualcosa di più alto e irraggiungibile. Ayane costruisce il suo racconto per immagini evocative, dove i vicoli diventano labirinti emotivi e la notte si trasforma in rifugio, nell’unico momento in cui è possibile abbassare le difese e mostrarsi per quello che si è veramente, senza le maschere che la luce del giorno impone. C’è un passo del testo, "Siamo tutti in pace con i sensi degli altri, con i nostri invece non sappiamo che farci", che fotografa perfettamente quella difficoltà tutta contemporanea di gestire le proprie emozioni, mentre si è perfettamente in grado di accettare quelle altrui. La canzone scorre tra momenti di intimità domestica, quando propone di addormentarsi davanti a un film, e slanci più vertiginosi come quello del ritornello, costruito su una melodia che si incolla alla memoria dopo il primo ascolto. E poi c’è quella dichiarazione, quasi soffocata, "Ti giuro che non so più come dirtelo, ma appena tu te ne vai manca ossigeno", che spezza l’apparente leggerezza del pezzo con un’urgenza emotiva inaspettata, rivelando quanto l’amore raccontato sia fatto anche di dipendenza e di quella paura ancestrale di restare soli che tutti conosciamo bene.

Un percorso artistico lungo vent'anni tra conservatorio, Scala e successi discografici

Classe 1984, Malika Ayane porta sul palco dell’Ariston un bagaglio di esperienze che poche altre cantanti italiane possono vantare, a partire dalla formazione classica al conservatorio Giuseppe Verdi di Milano dove ha studiato violoncello, passando per l’esperienza fondamentale nel coro di voci bianche del Teatro alla Scala, dove è entrata a soli undici anni cantando spesso come solista -2-6. Quella disciplina, quella precisione quasi maniacale nell’approccio alla musica, si sente tutta in Animali notturni, in quel modo di dosare le intensità, di costruire architetture sonore che reggono il confronto con l’orchestra senza mai essere sopraffatte. La sua carriera, del resto, è costellata di riconoscimenti importanti e collaborazioni prestigiose: dal debutto nel 2008 con l’album omonimo trainato da Feeling Better fino ai cinque festival affrontati, con quel primo premio della critica Mia Martini vinto nel 2010 con Ricomincio da qui che scatenò addirittura la protesta dell’orchestra quando venne esclusa dalla finale -7. Oggi, a quarantun anni compiuti e con una figlia ventunenne che ha cresciuto da sola -2-7, Malika sembra aver trovato quella dimensione di cui parla la sua canzone, quella solidità che viene dal conoscersi profondamente e dal non avere più paura del giudizio altrui. La sua vita divisa tra l’Italia e Berlino, dove si è trasferita per cercare un ritmo più lento -7, traspare in questa capacità di guardare le cose con la giusta distanza, quella che permette di raccontare l’amore non come favola perfetta ma come scelta consapevole e quotidiana, esattamente come fanno gli animali notturni quando escono allo scoperto nel buio, finalmente liberi di essere sé stessi.

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