Raid nel Golfo, l’aeroporto del Kuwait messo fuori uso dai droni di Teheran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Una nuova, pesante escalation ha sconvolto la notte nel Golfo Persico, con l’Iran e gli Stati Uniti che si sono scambiati attacchi militari in una spirale che ha provocato danni e feriti anche al di fuori dei teatri di guerra tradizionali.

L’episodio più eclatante – e quello con le conseguenze più immediate per la popolazione civile – ha visto l’aeroporto internazionale del Kuwait nel mirino di un attacco con droni e missili lanciato direttamente da Teheran, un’offensiva che ha costretto le autorità kuwaitiane a dichiarare lo stop totale del traffico aereo e il dirottamento di tutti i voli in arrivo.

Secondo le prime ricostruzioni, confermate dai media statali, il Terminal 1 dello scalo è stato danneggiato in maniera significativa da un raid condotto con droni kamikaze, e diverse persone sono rimaste ferite nell’impatto; sebbene non si abbiano notizie di vittime, i soccorsi sono intervenuti prontamente per assistere i feriti e mettere in sicurezza l’area. La mossa iraniana, lungi dall’essere un atto isolato, rappresenta la risposta dura e immediata a una serie di azioni militari statunitensi che, nelle stesse ore, avevano preso di mira posizioni strategiche della Repubblica Islamica.

Attacco alla base di Qeshm e la replica missilistica

Tutto ha avuto origine poche ore prima, quando il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha condotto un raid terrestre – definito “di autodifesa” – contro una postazione di controllo militare iraniana situata sull’isola di Qeshm. Quest’isola, lo si ricorda, si trova in una posizione nevralgica all’interno dello Stretto di Hormuz, un passaggio reso ormai praticamente impraticabile dai blocchi navali e che è da sempre il principale nodo strategico per l’export petrolifero globale.

A innescare la reazione a catena, secondo quanto riferito da fonti ufficiali, sarebbe stato il tentativo di Teheran di colpire obiettivi dei paesi vicini; gli Usa, dal canto loro, hanno giustificato l’offensiva su Qeshm come un atto dovuto per neutralizzare la minaccia imminente. In brevissimo tempo, però, l’Iran ha ribaltato la situazione: i Pasdaran hanno rivendicato il lancio di molteplici attacchi missilistici e con droni non solo contro il Kuwait, dove si trovano basi dove sono dispiegati militari statunitensi, ma anche contro il Bahrein.

Particolarmente intensa è stata la situazione nei cieli di Manama, dove le difese aeree hanno intercettato diversi ordigni lanciati in successione, scongiurando danni piu gravi ma tenendo altissima la tensione.

Guerra psicologica e smentite sul campo

Se da una parte i razzi e i velivoli senza pilota hanno causato il caos all’aeroporto kuwaitiano, dall’altra il racconto degli esiti di questi attacchi varia radicalmente a seconda della fonte, dando vita a una classica guerra di comunicazione parallela agli scontri.

Da un lato, i media iraniani e i portavoce del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica hanno inizialmente sostenuto di aver centrato obiettivi militari di primaria importanza, menzionando esplicitamente (sebbene senza fornire prove immediate) il quartier generale della Quinta Flotta americana a Juffair, vicino alla capitale del Bahrein.

Teheran, con una retorica ormai consolidata, ha fatto sapere attraverso i canali ufficiali che “gli americani hanno dimostrato di comprendere il linguaggio dei missili meglio di quello della diplomazia”, un messaggio chiaro volto a enfatizzare la forza dimostrata sul campo. Dall’altro lato, il CENTCOM ha prontamente e categoricamente smentito qualsiasi successo delle operazioni nemiche, definendo “false” le dichiarazioni dei Pasdaran.

Secondo il Pentagono, due missili lanciati dall'Iran verso il Kuwait sarebbero esplosi prima del bersaglio o si sarebbero spezzati in volo, mentre i tre ordigni indirizzati al Bahrein sarebbero stati intercettati e distrutti dalle batterie antiaeree statunitensi e bahreinite senza causare vittime tra i soldati a terra.

In questo frangente, anche l’Iraq è finito nella morsa della violenza: forti esplosioni sono state segnalate a Erbil, dove ha sede una base utilizzata dalle forze americane, sintomo che la portata dell’offensiva iraniana mirava a colpire la presenza Usa a trecentosessanta gradi.

Il petrolio e il collasso diplomatico

Le ripercussioni di questa notte di fuoco non si sono limitate al piano strettamente militare, ma hanno investito immediatamente i mercati finanziari, complice la crescente percezione di instabilità in un’area cruciale per le forniture energetiche. Il prezzo del petrolio, già volatile nelle ultime settimane, ha subito un’impennata superiore all’1% nelle contrattazioni asiatiche, un segnale inequivocabile del nervosismo degli investitori preoccupati da una possibile chiusura totale dello Stretto di Hormuz o da un allargamento del conflitto.

Questa escalation arriva in un contesto diplomatico ormai stagnante: da oltre tre mesi, nonostante un fragile cessate il fuoco nominalmente in vigore tra le parti, le ostilità non sono mai realmente cessate, e la tregua appare oggi più labile che mai. La strategia statunitense – che alterna raid mirati a pressioni economiche con il blocco navale – si scontra con la determinazione iraniana a rispondere colpo su colpo.

E mentre voli commerciali vengono dirottati e cittadini comuni restano feriti sul proprio suolo nazionale, come accaduto in Kuwait, la diplomazia sembra aver lasciato definitivamente il passo all’uso esclusivo della forza, con il Golfo trasformato in un poligono di tiro dove l’unica voce che sembra avere peso è quella, devastante, dei motori dei missili.

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