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Redazione Interno
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Il documentario "RepStories", un collage di interventi e racconti, ripercorre le origini del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari nel gennaio del 1976, soffermandosi, con immagini in parte inedite, su dettagli come la scelta del nome e l'atmosfera delle redazioni di allora. Le sequenze più recenti, risalenti al 2020, sono tratte dal lavoro di Simonetta Fiori "Repubblica primo sogno", che si avvale della voce narrante di Fabrizio Gifuni, le quali contribuiscono a delineare un ritratto del giornale che, oltre a informare, ambiva a interpretare i cambiamenti di una società spesso lacerata da conflitti ideologici e, al tempo stesso, percorsa da un inedito desiderio di modernità.
Il legame con i lettori, tra quotidianità e militanza
La storia di Repubblica, come emerge dalle testimonianze, si è intrecciata in modo indelebile con le esistenze di chi lo ha letto per decenni, assumendo, per molti, il valore di un compagno di strada. Un lettore, Claudio Tabour, rievoca come l'acquisto casuale del giornale, sostitutivo di un altro quotidiano non disponibile in edicola, coincise con un momento felice della sua vita personale, segnando l'inizio di un'abitudine mai interrotta; episodi simili, del resto, non sono affatto isolati e dimostrano come un prodotto editoriale possa radicarsi nelle consuetudini, diventando parte del tessuto degli affetti e delle memorie condivise. Maria Raspini, per esempio, invitando a un salto nel tempo, fa riferimento a ricordi legati agli anni più turbolenti, quelli in cui il Paese era scosso da fatti di cronaca nera che il giornale seguiva con inchieste puntuali, concentrandosi, nei resoconti, sugli sviluppi processuali e sulla ricerca della verità giudiziaria, senza mai indugiare in dettagli superflui.
Le voci di una generazione
Il rapporto con i lettori, d'altronde, non è mai stato di mera ricezione passiva, bensì di dialogo e, in certi casi, di identificazione. Alessio Gramolati, che all'epoca della fondazione lavorava in un settore completamente diverso e lontano dalla sua futura carriera sindacale, ricorda come portare il giornale in tasca fosse, in quegli anni, un segno di riconoscimento, quasi una dichiarazione di appartenenza a un modo di vedere il mondo. Quell'attrattiva per il mito del lavoro e per le sue rappresentazioni, che Scalfari e i suoi collaboratori seppero cogliere e narrare, trovava nelle pagine del quotidiano uno spazio di risonanza, offrendo una narrazione che andava al di là della semplice cronaca. Si trattava, in sostanza, di uno strumento che permetteva di leggere la complessità del reale, articolandola attraverso periodi ricchi di subordinate e di incisi, che arricchivano l'analisi senza mai banalizzarla.
Oltre l'informazione, la costruzione di un immaginario
Il mezzo secolo di vita del giornale rappresenta, dunque, molto più di un traguardo editoriale; è la cartina di tornasole di un Paese che, attraverso quelle pagine, ha scoperto se stesso e le proprie contraddizioni. Le "messe cantate" in redazione, le battaglie civili, il rigore nell'inchiesta giornalistica, persino l'estetica grafica, hanno contribuito a forgiare un immaginario collettivo, influenzando il modo in cui intere generazioni hanno percepito la politica, la cultura e la società. Il racconto di questi cinquant'anni, come dimostrano le memorie dei lettori che lo paragonano a un'amica di famiglia, si confonde con il racconto privato di molti, in un intreccio dove il pubblico e il personale diventano difficili da districare, confermando come un quotidiano possa essere, al contempo, specchio e agente della storia.




