Grignani e la stoccata a Pausini: “Il suo numero è tra i fiori? Così la posso chiamare”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La sceneggiatura della serata cover del Festival di Sanremo, quella andata in scena venerdì 27 febbraio, sembrava scritta per sancire una tregua, o quantomeno per imporre una coesistenza pacifica e professionalmente distaccata tra due artisti che, dalla scorsa estate, non si parlano piú se non attraverso carte bollate e interviste incrociate. E invece, quando il cerimoniale sanremese, con i suoi tempi e le sue luci, mette allo stesso tavolo – o meglio, sullo stesso palco – Laura Pausini e Gianluca Grignani, il risultato è stato tutt’altro che una pace. Anzi, la cronaca di quella quarta puntata, condotta da Carlo Conti affiancato dalla cantante di Solarolo, registrerà per i posteri un momento di gelo trasmesso in diretta nazionale, una di quelle scene che il pubblico difficilmente dimentica e che i social, puntuali, trasformano in un caso.

Tutto prende forma, come spesso accade in queste dinamiche, da una mancata coincidenza di presenze. Tocca proprio a Laura Pausini, in qualità di co-conduttrice, annunciare l’esibizione di Luchè, il rapper in gara con la cover di “Falco a metà”, brano che sul palco viene eseguito assieme al suo autore, Gianluca Grignani. L’introduzione è asettica, professionale, priva di inflessioni che possano far intendere imbarazzo o freddezza. Poi la performance si svolge, la canzone – un classico del cantautore milanese del 1995 – riempie l’Ariston, e al termine scatta il momento dei ringraziamenti e della consegna del tradizionale bouquet di fiori che spetta a tutti gli ospiti della kermesse. Ed è qui che il copione deraglia. Laura Pausini, infatti, non è più sul palco. Si è allontanata, forse per esigenze di scaletta, forse per una strategica quanto eloquente assenza, lasciando Carlo Conti da solo a gestire il dopobottega. Il direttore artistico porge i fiori a Grignani, il quale, impugnando il mazzo e guardando il conduttore, trova lo spiraglio per una battuta che sa di frecciata inequivocabile: “C’è anche il numero di Laura Pausini? Così la posso chiamare”.

Una frase, quella pronunciata da Grignani, che ha il sapore della sintesi perfetta di una diatriba lunga e complessa, e che in pochi secondi riaccende i riflettori su una vicenda che sembrava sopita ma che in realtà covava sotto la cenere. Il riferimento, chiaro a tutti gli addetti ai lavori e al pubblico più attento, è alla querelle scoppiata nell’estate del 2025, quando Laura Pausini decise di incidere e pubblicare una sua versione di “La mia storia tra le dita”, uno dei cavalli di battaglia di Grignani. Un’operazione che il cantautore non ha digerito, lamentando pubblicamente – prima attraverso i social, poi con l’intervento dei suoi legali – una mancata corretta attribuzione della paternità del brano e, particolare per lui ancor più grave, alcune modifiche al testo originale che, a suo dire, ne avrebbero stravolto il significato profondo. Insomma, non solo una questione di diritti, ma un dissidio artistico e personale che ha portato a diffide e a dichiarazioni pesanti, con lo staff della Pausini che ha sempre respinto le accuse definendole “ridicole” e rivendicando la regolarità delle autorizzazioni ottenute dall’editore.

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