La tregua impossibile e l’accordo sulle terre rare: cosa cambia dopo l’incontro Trump-Zelensky
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Redazione Esteri
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Mentre la guerra in Ucraina entra nel suo terzo anno, un’immagine ha acceso una flebile speranza: quella di Volodymyr Zelensky e Donald Trump faccia a faccia nella basilica di San Pietro, sabato scorso, durante i funerali di Papa Francesco. Un incontro che, seppur fugace, ha riportato alla luce l’idea di una possibile tregua, se non altro perché – come ha ammesso lo stesso Trump – «sarebbe una cosa molto buona» arrivare a un accordo, considerando che «la Russia è molto più grande e molto più forte». Parole che, al di là del loro significato immediato, rivelano una fredda valutazione strategica, lontana dall’ottimismo diplomatico ma radicata nella realtà dei rapporti di forza.
Intanto, sul piano economico, un altro tassello si è aggiunto al complicato mosaico degli aiuti occidentali a Kiev. Stati Uniti e Ucraina hanno firmato un accordo sulle terre rare, che garantirà a Washington un accesso privilegiato a progetti di sviluppo delle risorse naturali del Paese, tra cui alluminio, grafite, petrolio e gas. Un patto che, secondo il primo ministro ucraino Denys Shmyhal, segna anche un passo indietro degli Usa nella richiesta di rimborso per gli aiuti militari già erogati dall’inizio dell’invasione russa. Un dettaglio non secondario, che potrebbe alleggerire il peso sul bilancio di Kiev mentre cerca di resistere all’avanzata di Mosca.
Eppure, proprio mentre si moltiplicano gli sforzi per sostenere l’Ucraina, dagli Stati Uniti arriva un segnale ambiguo. Il segretario di stato Rubio ha lasciato intendere che, senza progressi sul fronte negoziale, Washington potrebbe tirare i remi in barca nella mediazione per la pace. Una posizione che rischia di lasciare Zelensky ancora più isolato, in un momento in cui le truppe russe continuano a premere lungo il fronte orientale




