La ricerca indipendente in Italia arretra: studi no profit crollati del 57% in 15 anni
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Redazione Interno
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Un declino che, numeri alla mano, appare inesorabile e che ridisegna il panorama della ricerca clinica nel nostro Paese, svuotandolo progressivamente della sua componente più autonoma. Gli studi clinici no profit, quelli cioè non sponsorizzati dall'industria farmaceutica, hanno subito una contrazione del 57% nell'arco di un quindicennio, passando dal costituire il 40,3% del totale delle sperimentazioni nel 2009 a una quota, assai più esigua, del 17,3% registrata nel 2023. Un dato che, al di là della fredda statistica, delinea una crisi profonda della ricerca indipendente, la quale, è bene ricordarlo, rappresenta un pilastro per l'avanzamento della conoscenza scientifica libera da interessi commerciali specifici. In questo settore, l'oncologia ricopre un ruolo di primo piano, essendo l'area in cui si concentrano molte delle sperimentazioni più innovative e, al contempo, più costose.
La carenza di risorse umane ed economiche
Alla base di questo preoccupante arretramento non vi è una sola causa, bensì un intreccio di fattori che concorrono a minare la sostenibilità degli studi indipendenti. Le risorse pubbliche dedicate alla ricerca, come sottolineato dagli esperti del settore, risultano cronicamente inadeguate, collocando l'Italia in una posizione di retroguardia nel contesto europeo. A questo si aggiunge una carenza strutturale di personale specializzato, senza il quale anche i progetti meglio ideati faticano a trovare una concreta realizzazione. Diventa quindi impellente la necessità di strutturare e valorizzare quelle figure professionali, spesso definite "trasversali", che sono l'ossatura operativa di ogni sperimentazione: dai coordinatori di ricerca clinica agli infermieri dedicati, dai biostatistici fino agli esperti nella revisione di budget e contratti, la cui assenza o precarietà finisce per rallentare, quando non bloccare del tutto, l'avvio e il regolare svolgimento dei protocolli di studio.
Un prestigioso incarico nel segno della continuità
In uno scenario così complesso, un segnale di continuità e di rinnovato impegno arriva dalla nomina di Anna Maria Di Giacomo a presidente eletto della Federazione Italiana dei Gruppi Cooperativi di Ricerca in Oncologia (FICOG) per il triennio 2027-2029. La professoressa Di Giacomo, che attualmente ricopre l'incarico di responsabile del programma di sperimentazioni cliniche di Fase I/II del Centro di Immuno-Oncologia dell’Azienda ospedaliero-universitaria Senese ed è professore ordinario di Oncologia Medica presso l’Università di Siena, vedrà la sua elezione ufficializzata nel corso del congresso nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica. Questo prestigioso ruolo, che la vedrà guidare una delle principali realtà cooperative in oncologia, sottolinea l'importanza di una visione strategica capace di affrontare le criticità sistemiche.
L'oncologia come termometro di un sistema in affanno
La drastica riduzione degli studi no profit, di cui l'oncologia è un termometro particolarmente sensibile, non è una questione che riguarda esclusivamente l'ambito accademico o scientifico. Quando la ricerca diventa quasi interamente dipendente dai fondi e dalle priorità dettate dall'industria privata, si crea uno squilibrio che può influenzare le direzioni stesse dell'indagine scientifica, con possibili ripercussioni a lungo termine sulla salute collettiva. La sfida, quindi, non si limita a trovare nuovi finanziamenti, ma consiste nel ripensare un intero ecosistema della ricerca, garantendo che al suo interno possa sopravvivere e prosperare anche quella parte indipendente, la cui libertà di indagine costituisce un bene prezioso e insostituibile per l'intera collettività.




