L’Aiea alza la voce sul nucleare iraniano e la guerra si avvicina a una svolta diplomatica

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La partita per il dopo-guerra in Medio Oriente si gioca su una delicatissima partita doppia, dove la diplomazia tenta di ricucire ciò che i missili hanno lacerato. Mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, rilascia dichiarazioni improntate a un cauto ottimismo sulla fine imminente delle ostilità, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) getta acqua sul fuoco delle illusioni, imponendo una condizione che appare come un macigno sul tavolo dei negoziati di pace. Rafael Grossi, il direttore generale dell’ente di vigilanza Onu, ha infatti avvertito che qualsiasi intesa tra Teheran e Washington – che si spera possa porre fine al conflitto – sarebbe destinata a rivelarsi un “accordo fantasma” senza l’inclusione di misure di verifica “molto dettagliate” sulle attività nucleari della Repubblica islamica. Una presa di posizione netta, la sua, che arriva mentre i riflettori del mondo si spostano nuovamente su Islamabad, dove potrebbe tenersi a breve un secondo round di colloqui.

I negoziati e la mossa di Trump sul petrolio

A quarantotto ore di distanza dal fallimento del primo tentativo di dialogo in Pakistan, la macchina della diplomazia sembra essersi rimessa in moto. Lo stesso Trump, parlando con il New York Post, ha confermato la prospettiva di nuovi incontri, lasciando intendere che questi potrebbero concretizzarsi già nella giornata di giovedì, forse proprio nella capitale pakistana, un luogo quest’ultimo che sembra aver guadagnato le simpatie della Casa Bianca grazie alla mediazione del capo dell’esercito locale, ritenuto “fantastico” dal presidente americano. A rendere l’atmosfera ancora più densa di aspettative, circola il nome di J.D. Vance come possibile capo della delegazione statunitense in questa seconda fase; secondo fonti citate dalla Cnn, al suo fianco potrebbero sedersi gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, a riprova dell’importanza che l’amministrazione attribuisce al dossier. Nel frattempo, la pressione su Teheran si inasprisce ulteriormente sul fronte economico: il Tesoro americano ha deciso di non rinnovare le esenzioni che permettevano ad alcuni paesi di importare petrolio iraniano, un blocco navale che di fatto strangola già oggi l’economia degli ayatollah, colpita al cuore nel suo principale canale di sostentamento.

L’Europa e la sfida dello Stretto di Hormuz

E mentre i cannoni (diplomatici) tuonano, l’Europa cerca di ritagliarsi un ruolo autonomo nel nuovo ordine regionale che verrà. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha convocato un Consiglio di difesa e sicurezza nazionale specificamente dedicato alla crisi, segno tangibile del nervosismo che serpeggia nei palazzi del potere del Vecchio Continente. A preoccupare Parigi, ma anche Berlino e Londra, non è solo lo spettro dell’escalation militare, ma la concreta volontà europea di gestire le acque dello Stretto di Hormuz senza l’ingombro dello zio d’America. Il Wall Street Journal ha rivelato l’esistenza di un piano, spinto in particolare dalla Francia, per costituire una coalizione navale europea post-bellica che escluda volutamente gli Stati Uniti e Israele, considerati “belligeranti”. Un’iniziativa, questa, che mira a restituire sicurezza ai mercantili e a spezzare il ricatto del pedaggio imposto da Teheran, ma che rischia di trasformarsi in un nuovo, insanabile motivo di attrito con l’alleato americano, proprio mentre Teheran tenta di giocare la sua carta più preziosa: dividere l’Europa da Washington.

Il costo della guerra per l’Europa e la strategia di Teheran

In questo quadro di equilibri instabili, l’analisi dei costi economici della guerra offre una chiave di lettura impietosa delle debolezze europee. I dati diffusi da Valdis Dombrovskis, il “cane da guardia” dei conti comunitari, parlano chiaro e lasciano poco spazio all’ottimismo: il conflitto è già costato 22 miliardi di euro in bollette energetiche e rischia di tradursi in una perdita media di mezzo punto percentuale di Pil, accompagnata da un punto di inflazione aggiuntivo e dallo spettro della stagflazione. Un cocktail micidiale, fatto di maggiore disoccupazione e minor potere d’acquisto, che indebolisce la posizione negoziale di Bruxelles. E Teheran lo sa bene. Gli ayatollah, fiutato il malessere, stanno cercando di sfruttare questa fragilità per innescare un cortocircuito politico. La strategia è chiara e spietata: utilizzare il dossier libanese e la leva del pedaggio obbligatorio a Hormuz per creare una frattura insanabile tra gli Stati Uniti di Trump e i paesi europei, costringendo questi ultimi ad accettare una pace che salvi il salvabile, magari sacrificando le istanze più rigide di Washington sul controllo del programma atomico. Una partita ad altissima tensione, nella quale ogni errore di calcolo potrebbe rivelarsi fatale per l’economia e la stabilità del continente.

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