Zelensky a Roma per il “drone deal”: Meloni apre alla produzione congiunta, Mattarella assicura il sostegno pieno
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Redazione Interno
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La diplomazia ucraina, negli ultimi giorni, ha percorso l’Europa a tappe forzate per blindare quel sostegno occidentale che, pur vacillante sotto i colpi delle distrazioni geopolitiche, resta vitale per la resistenza di Kiev. Volodymyr Zelensky, giunto nella Capitale il 15 aprile, ha concluso la sua maratona di 48 ore – cominciata a Oslo con una dichiarazione congiunta con il premier norvegese Jonas Gahr Støre e proseguita a Berlino dove, con il cancelliere Friedrich Merz, ha siglato un imponente pacchetto difesa da 4 miliardi – proprio tra Palazzo Chigi, il Quirinale e il Ministero della Difesa. E se la Germania ha messo sul piatto missili PATRIOT e sistemi IRIS-T, l’incontro romano ha virato su un terreno forse ancor più strategico per il futuro della sicurezza europea: la coproduzione industriale di droni, un tema caldo che ha dominato l’agenda del bilaterale.
Sotto un diluvio che sembrava quasi scenografico, il leader ucraino è stato accolto a Palazzo Chigi da una premier Giorgia Meloni che non ha lesinato gesti di vicinanza umana – un abbraccio prima ancora delle dichiarazioni ufficiali – ma che ha voluto spostare subito l’accento sul piano della “necessità strategica”. L’Italia, lo ha ribadito con forza, non considera il sostegno a Kiev un semplice atto di carità, bensì un pilastro della propria sicurezza nazionale. “Un Occidente diviso e un’Europa spaccata – ha ammonito Meloni, raccogliendo il testimone delle preoccupazioni di Zelensky – sarebbero l’unico vero regalo che potremmo fare a Mosca”. Un passaggio, questo, che nelle stanze del potere suona come una presa di distanza implicita da quelle sirene isolazioniste che, dall’altra parte dell’Atlantico, soffiano forte.
Ma il vero piatto forte dell’incontro, quello che trasforma la visita da cerimoniale a operativa, è stato il cosiddetto “drone deal”. Meloni ha confermato che l’Italia è “molto interessata a sviluppare una produzione congiunta, soprattutto sulla materia dei droni”, riconoscendo senza infingimenti che l’Ucraina, dopo anni di guerra ad alta intensità, è diventata una “nazione guida” in questo specifico settore bellico. Non si tratta, va detto, di una semplice compravendita di armi, ma di un partenariato complesso che, nelle intenzioni dei due governi, dovrebbe strutturare un asse duraturo di cooperazione industriale e tecnologica. La proposta ucraina, illustrata dallo stesso Zelensky, prevede la creazione di un formato speciale di accordo per la sicurezza che metta in comune l’esperienza maturata sul campo in termini di guerra elettronica, missilistica e, appunto, contrasto ai velivoli senza pilota.
Mattarella e il messaggio dal Colle: l’ingresso in Ue come bussola
Se Palazzo Chigi ha parlato il linguaggio della realpolitik industriale, al Quirinale il presidente Sergio Mattarella ha elevato il tono su un registro valoriale altrettanto incisivo. Accogliendo Zelensky, il capo dello Stato ha ribadito quella “vicinanza piena” che ormai è divenuta un mantra della diplomazia italiana, ma ha aggiunto un elemento politico di non poco conto: l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea è un obiettivo “da perseguire con fermezza”. Una dichiarazione che, nella gerarchia delle priorità di Kiev, pesa quanto un carro armato, perché lega indissolubilmente il sostegno militare contingente al futuro politico e istituzionale del paese. Mattarella ha lodato la “grande resistenza” e il “grande eroismo” del popolo ucraino, parole che risuonano come un contrappeso alla stanchezza che serpeggia in alcune cancellerie europee.
La giornata romana non poteva che chiudersi, come da copione logistico, al Ministero della Difesa dove il ministro Guido Crosetto ha ricevuto il presidente ucraino per mettere nero su bianco i dettagli di questa collaborazione. L’incontro con Crosetto ha permesso di sfoltire la nebulosa delle intenzioni per trasformarla in un perimetro operativo ben definito: sviluppo di capacità, scambio di esperienze e cooperazione industriale nei settori della difesa aerea, delle munizioni e, ovviamente, del comparto marittimo. L’obiettivo, come hanno confermato le note ufficiali, è costruire un “partenariato stabile” che vada ben oltre l’emergenza del conflitto attuale, un’alleanza che guarda alla ricostruzione e alla modernizzazione post-bellica.
Il contesto europeo: fondi sbloccati e un asse che si rinsalda
Non è un caso che questa visita arrivi in un momento preciso della scacchiera continentale. La rimozione del veto ungherese – circostanza che ha fatto tirare un sospiro di sollievo a Bruxelles – apre la strada allo sblocco dei fondi Ue destinati a Kiev, risorse finanziarie che sono la linfa per tenere in piedi uno Stato in guerra. Meloni, forte anche di questo nuovo scenario, ha assicurato che l’Italia farà la sua parte nel promuovere la pressione economica su Mosca, in un momento in cui il ventesimo pacchetto di sanzioni si appresta a colpire le entrate energetiche del Cremlino.
E se da una parte c’è la ferita, mai del tutto rimarginata, del rapporto con gli Stati Uniti di Trump – un legame che la Casa Bianca stessa ha definito irrimediabilmente incrinato dopo le recenti frizioni – dall’altra Meloni sembra giocare la carta di un rilancio in chiave europea. La visita di Zelensky, in quest’ottica, diventa il palcoscenico ideale per mostrare all’elettorato e ai partner internazionali che l’Italia non intende smarcarsi dal fronte occidentale, anzi. La scelta di puntare sulla produzione congiunta di droni – dove l’Ucraina ha accumulato un know-how tattico ineguagliabile – è una scommessa industriale che, se realizzata, posizionerebbe le industrie italiane all’avanguardia in un mercato in esplosione. Zelensky, dal canto suo, ha ringraziato per la “leadership” mostrata, chiedendo però di non normalizzare mai gli attacchi russi e di continuare a rifornire di sistemi di contraerea un cielo che, come ha ricordato, è nuovamente infestato dagli Shahed.




