Artemis II, il rientro nel bozzolo di fuoco: la sfida dei 2.700 gradi per la capsula Orion

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Mentre l’equipaggio della missione Artemis II – composto da Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen – si appresta a concludere il primo viaggio con equipaggio verso la Luna dopo oltre mezzo secolo, l’attenzione della Nasa si concentra ora su una sequenza di minuti che pesano quanto l’intero tragitto. La capsula Orion, che ha trasportato i quattro esploratori fino a oltre 406.711 chilometri dalla Terra stabilendo un nuovo record di distanza per un essere umano, si gioca la sua parte più delicata proprio nell’ultimo tratto di strada, quello che la riporterà a casa. Dopo dieci giorni di volo, durante i quali ha sorvolato il lato nascosto del nostro satellite e raccolto dati scientifici fondamentali per i futuri allunaggi, la navicella sta precipitando verso l’Oceano Pacifico a una velocità impressionante, sfiorando i 40mila chilometri orari, una velocità tale da coprire la distanza tra New York e Tokyo in meno di venti minuti.

L’inferno dell’attrito e lo scudo termico sotto osservazione

La fase più critica, quella che trasformerà la corsa di Orion in una palla di fuoco solcando il cielo, è prevista nella notte tra il 10 e l’11 aprile. L’ingresso nell’atmosfera terrestre, infatti, non è una semplice discesa; si tratta di un vero e proprio duello fisico contro gli elementi, dove l’attrito solleva temperature che raggiungono i 2.700 gradi centigradi sulla superficie dello scudo termico. Per resistere a questo "bozzolo di fuoco", la Nasa ha riprogettato il comportamento della navicella rispetto al passato: se durante la missione senza equipaggio Artemis I lo scudo termico aveva mostrato segni di usura imprevisti, con frammenti di materiale ablativo che si erano staccati prematuramente, per questa occasione gli ingegneri hanno optato per una traiettoria di rientro cosiddetta a "skip", simile a un sasso che rimbalza sull’acqua, per ridurre i picchi di stress termico e aumentare la sicurezza dell’equipaggio. È una correzione obbligata, un’ammissione indiretta dei limiti incontrati in precedenza, che trasforma ogni secondo di questo rientro in un esperimento dal vivo.

La meccanica di un ammaraggio perfetto (sulla carta)

La cronometria di questa operazione è serrata e scandita da appuntamenti precisi con la fisica. Intorno all’1:33 di stanotte (ora italiana), il modulo di servizio verrà abbandonato al suo destino, destinato a bruciare nell’atmosfera, mentre la capsula con gli astronauti procederà da sola. Poco dopo, l’ingresso vero e proprio provocherà un blackout radio della durata di circa sei minuti: il plasma generato dal calore avvolgerà Orion come un bozzolo, interrompendo ogni contatto con il centro di controllo di Houston. Superato questo scoglio, la natura della missione cambierà radicalmente: dall’essere una scheggia impazzita, la navicella si trasformerà in un fragile paracadute sospinto dal vento. I sistemi di frenata sono programmati per aprirsi in successione, prima quelli pilota e infine i tre paracadute principali che, dispiegandosi a circa 500 metri di quota, rallenteranno la discesa fino a una velocità di appena 32 chilometri orari, garantendo un "ammaraggio morbido" nelle acque al largo di San Diego.

L’attesa per lo splashdown e le operazioni di recupero

Mentre la capsula Orion, ribattezzata dall’equipaggio con il nome di "Integrity", si prepara a tuffarsi nell’oceano, le operazioni logistiche sulla Terra sono già entrate nel vivo. La Marina degli Stati Uniti ha posizionato la nave anfibia USS John P. Murtha in prossimità dell’area di recupero, pronta a intervenire non appena la capsula toccherà l’acqua. L’obiettivo, in caso di successo, è quello di issare la capsula e assistere i quattro membri dell’equipaggio – che hanno trascorso più di una settimana in microgravità – nel loro primo contatto con la gravità terrestre, un passaggio fisicamente complesso che richiederà un adattamento graduale. La missione, iniziata con il decollo dal Kennedy Space Center il primo aprile, si appresta così a scrivere l’ultima riga della sua storia: un viaggio che ha riportato l’uomo nelle profondità dello spazio e che, con i suoi dati e le sue fotografie, getta le basi per i prossimi passi del programma spaziale americano verso Marte.

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