L’incendio alla Soigea, il rifiuto del pizzo e la risalita della ’ndrangheta isolitana nel blitz Libeccio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il fuoco, appiccato nella notte del 22 aprile 2024, divorò cinque mezzi pesanti della Soigea, azienda attiva nel settore degli impianti eolici ed elettrici con una sede a Isola Capo Rizzuto, e le telecamere di sorveglianza, sebbene avessero immortalato la fuga del piromane, non ne consentirono il riconoscimento. Quell’episodio, isolato solo in apparenza, rappresentava la punta di un iceberg criminale destinato a emergere in tutta la sua estensione quasi due anni dopo, quando la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha chiuso il cerchio dell’operazione Libeccio, un’inchienda che ha portato all’arresto di diciannove persone e ha dissezionato il tessuto connettivo delle cosche Arena, Manfredi e Nicoscia.

La ditta Soigea, secondo quanto ricostruito, non si era piegata alle richieste estorsive e il rogo dei suoi automezzi – un’intimidazione che avrebbe potuto piegare qualsiasi imprenditore – è diventato così uno degli elementi cardinali di un’indagine più vasta, avviata nel gennaio del 2024 e protrattasi fino al luglio del 2025, che ha utilizzato intercettazioni, pedinamenti e captatori informatici per ricostruire l’organigramma della locale di ’ndrangheta isolitana. Il sistema criminale, come emerso dalle carte dell’inchiesta, non conosceva soluzione di continuità neppure per i detenuti sottoposti al regime del 41-bis: le comunicazioni tra i sodali ristretti e i loro referenti all’esterno, supportate dai familiari e dalle nuove leve, dimostravano una capacità di ricompattamento e di direzione degli affari illeciti che ha stupito gli stessi inquirenti, i quali hanno potuto contare anche sulle dichiarazioni di undici collaboratori di giustizia.

Il sistema estorsivo, le vittime e la gestione degli affari illeciti

Oltre all’incendio ai danni dell’impresa che aveva avuto il torto di non cedere al pizzo, gli investigatori hanno documentato altri cinque episodi estorsivi aggravati dal metodo mafioso, a dimostrazione di una pressione fiscale parallela che gravava su ogni attività produttiva del territorio. Tra le vittime, un circo itinerante – il Circo Orfei – che durante la sua permanenza a Isola nel giugno del 2024 era stato bersaglio di pesanti intimidazioni, un panificio, un supermercato affiliato a una catena internazionale e un’impresa edile locale, la Chisari, a riprova che nessun settore, dallo spettacolo viaggiante alla grande distribuzione, sfuggiva al controllo delle cosche. Una menzione particolare merita un’azienda della provincia di Messina, fornitrice di mezzi a freddo per una società del Salernitano operante nel crotonese, alla quale vennero danneggiati diversi veicoli provocando un danno stimato in circa mezzo milione di euro: un avvertimento che allungava il braccio della ’ndrangheta ben oltre i confini regionali, confermandone la capacità di infiltrazione nei circuiti economici extra-calabresi.

Le dinamiche finanziarie e il traffico di stupefacenti

I proventi delle estorsioni, sommati a quelli del traffico di droga, confluivano in una cassa comune, la cosiddetta “bacinella”, destinata a sostenere le famiglie dei detenuti e a pagare le spese legali degli affiliati, un meccanismo di mutuo soccorso che garantiva la fedeltà e la tenuta del sodalizio anche nei momenti di maggiore pressione giudiziaria. L’approvvigionamento di hashish ed eroina avveniva attraverso canali consolidati con Napoli, Reggio Calabria e la periferia milanese, dove operavano referenti albanesi, e la distribuzione, concentrata nella provincia di Crotone, registrava picchi significativi nei periodi estivi e durante le festività, come dimostrato dal sequestro di oltre un chilo di eroina operato dai carabinieri a Scandicci, nell’ottobre del 2024, nell’ambito di un’attività di traffico internazionale.

Il procuratore di Catanzaro, Salvatore Curcio, nel corso della conferenza stampa che ha illustrato i dettagli del blitz – nel quale diciotto persone sono finite in carcere e una ai domiciliari – ha sottolineato la storicità del locale di ’ndrangheta colpito, un’organizzazione che aveva già dimostrato nei decenni di saper resistere alle guerre di mafia e ai precedenti interventi dello Stato. Le accuse contestate a vario Titolo, che spaziano dall’associazione a delinquere di tipo mafioso all’estorsione, dalla rapina impropria ai reati in materia di stupefacenti, aggravati dal metodo mafioso, delineano il ritratto di una consorteria che, nonostante i colpi subiti, manteneva saldo il controllo del territorio e delle sue attività economiche, pronta a reinvestire i capitali illeciti e a riorganizzare i propri ranghi inserendo i giovani eredi delle vecchie famiglie accanto ai “veterani” scarcerati.

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