Teheran, sui muri dell'ex ambasciata Usa tornano i murales della protesta
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Redazione Esteri
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Nuovi murales antiamericani, che esprimono sostegno al popolo iraniano e denunciano la repressione violenta delle proteste, le detenzioni arbitrarie e la censura di internet, hanno fatto la loro ricomparsa sui muri dell’ex ambasciata statunitense a Teheran. L’episodio, carico di un simbolismo che rimanda agli anni della presa di ostaggi del 1979, si inserisce in un momento di tensione palpabile, nonostante le dichiarazioni ufficiali lascino intravedere spiragli per un possibile dialogo. Parigi, dal canto suo, ha condannato con fermezza quella che ha definito "violenza di Stato" in Iran, sollecitando il pieno rispetto delle libertà fondamentali; una presa di posizione che, secondo alcune analisi, contribuirebbe a delineare una sorta di divisione dei ruoli con Washington, dove la Francia assumerebbe le vesti del "poliziotto buono" in contrapposizione a una linea statunitense percepita come più dura.
Un quadro negoziale in definizione
Proprio mentre i murales venivano dipinti, dalla capitale iraniana giungevano segnali diplomatici. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, ha infatti annunciato che nei prossimi giorni verrà finalizzato un "quadro" per avviare negoziati con gli Stati Uniti, precisando che paesi della regione stanno facendo da mediatori per lo scambio di messaggi. «Sono stati discussi vari punti», ha affermato Baghaei, «e stiamo esaminando e definendo i dettagli di ogni fase del processo diplomatico». Questa apertura, per quanto cauta, sembra rappresentare un tentativo di trovare una via d'uscita dalla pericolosa impasse creatasi dopo il riacutizzarsi delle minacce militari.
La minaccia militare e il tentativo di dialogo
Lo spettro di un conflitto, in effetti, non è mai stato del tutto scongiurato, considerato il massiccio spiegamento di forze statunitensi nell'area e le ripetute dichiarazioni del presidente Trump. In questo clima di allerta, un incontro a Istanbul, mediato dalla Turchia, ha cercato di gettare ponti proprio sul delicatissimo dossier nucleare, nel tentativo estremo di scongiurare un'opzione militare. Se da Washington non è giunto un ultimatum formale sul nucleare, la pressione resta alta, bilanciata però dalla necessità di trovare una soluzione negoziata.
La complessa partita a scacchi
La situazione rimane dunque sospesa tra la retorica della piazza, immortalata sui muri di Teheran, e i corridoi delle cancellerie, dove si lavora febbrilmente per strutturare un canale di comunicazione. Mentre Parigi alza la voce sui diritti umani, l’amministrazione Trump sembra mantenere un doppio binario, combinando la dimostrazione di forza con una disponibilità, seppur condizionata, al tavolo delle trattative. La partita è tutta da giocare, e i prossimi giorni saranno cruciali per capire se prevarrà la logica della distensione o se, al contrario, gli eventi prenderanno una piega più pericolosa.




