Longevità, il Dna non è un destino: la scienza conferma, lo stile di vita fa la differenza

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Salute Redazione Salute   -   Carlo Alberto Redi, accademico dei Lincei e presidente del Comitato etico della Fondazione Veronesi, offre una testimonianza che sembra incarnare il dibattito scientifico più attuale: sua madre Silvana ha compiuto cento anni, e fino a poco tempo fa frequentava con regolarità la palestra. La sua esistenza, segnata da prove come una guerra mondiale e la malaria, è sempre stata accompagnata da un’attenzione costante alla dieta e all’esercizio fisico. Un caso personale, il suo, che introduce in modo perfetto la domanda che da sempre attraversa laboratori e studi epidemiologici: quanto contano i geni ereditati e quanto invece le scelte quotidiane nel determinare la durata e, soprattutto, la qualità della vita?

Il nuovo studio e il peso dell'ereditarietà

Una risposta quantificata arriva da una ricerca pubblicata sulla rivista «Science», la quale, analizzando dati su larga scala, attribuisce all’ereditabilità genetica un ruolo determinante, seppur non totalizzante, nella longevità umana. Lo studio stima infatti che circa il 55% della variabilità nella durata della vita – escludendo i decessi dovuti a cause puramente estrinseche come incidenti o infezioni acute – sia riconducibile al patrimonio genetico ereditato. Questa percentuale, significativamente più alta di quanto ipotizzato da alcuni modelli precedenti, delinea un quadro in cui il Dna fornisce le carte con cui si gioca, non l’esito certo della partita.

L'esposoma e il potere delle scelte individuali

Il restante 45%, per utilizzare la metafora suggerita dagli autori della ricerca, è costituito dai "pezzi rossi" del puzzle: l’esposoma, ovvero l’insieme cumulativo di tutti gli elementi esterni – chimici, fisici, psicologici e sociali – a cui un individuo è esposto dalla nascita in poi. È in questo spazio, considerevole, che agiscono le abitudini di vita, a cominciare dall’alimentazione e dall’attività motoria, capaci di modulare l’espressione dei geni stessi. Si tratta di fattori che possono accelerare o, al contrario, frenare i processi di invecchiamento cellulare, influenzando concretamente il rischio di sviluppare patologie croniche legate all’età.

Verso una visione integrata della salute

La scienza, dunque, sfuma la vecchia dicotomia tra natura e cultura, proponendo una visione integrata dove biologia e ambiente interagiscono in modo continuo. I progressi nella comprensione dei meccanismi molecolari dell’invecchiamento stanno già portando ai primi trattamenti sperimentali, ma la ricerca evidenzia come, in attesa di terapie avanzate, esista un potente strumento di prevenzione accessibile a molti. L’esperienza di Silvana Redi, con la sua resilienza e la sua disciplina, si rivela così un esempio concreto di come uno stile di vita attento possa valorizzare al massimo il potenziale insito nel proprio corredo genetico, dimostrando che il Dna non è una condanna ineluttabile ma piuttosto un punto di partenza.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.