L’IA alle prese con i numeri: il divario da 20 miliardi che agita i mercati

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La scorsa settimana il Financial Times ha riferito che i ricavi annualizzati di OpenAI si attestavano intorno ai 50 miliardi di dollari alla fine di settembre. Una cifra imponente, ma destinata a fare rumore perché inferiore di circa 20 miliardi rispetto ai 70 miliardi che Axios e altre testate avevano riportato poche settimane prima. La reazione dei mercati è stata immediata: il Nasdaq ha perso l’1,25 per cento, la peggiore seduta da metà agosto, e i titoli legati all’intelligenza artificiale hanno subito vendite diffuse, da Nvidia a Oracle, fino a Intel e AMD.

Due modi di contare i ricavi

Il punto, però, non è che OpenAI abbia improvvisamente perso 20 miliardi di fatturato per strada. La differenza nasce da come le due principali aziende dell’IA contabilizzano le vendite effettuate attraverso i partner cloud. Anthropic, secondo quanto ricostruito da Axios, include nel proprio fatturato l’intero valore delle vendite realizzate tramite piattaforme come Amazon Web Services e Google Cloud, registrando poi la quota spettante al partner come costo. OpenAI, al contrario, contabilizza solo la propria parte di quelle vendite, al netto della fetta trattenuta dai fornitori di cloud.

Entrambe le società rispettano i principi contabili statunitensi generalmente accettati, ma applicano criteri diversi a transazioni che, di fatto, hanno nature simili.

Il dato da 70 miliardi circolato in settembre non proveniva da una comunicazione ufficiale di OpenAI, bensì da informazioni condivise con gli investitori per consentire un confronto più diretto con Anthropic, che adotta il metodo lordo. Una fonte vicina alla vicenda ha spiegato a Cnbc che quel numero serviva a uniformare i criteri, non a gonfiare i risultati.

La precisazione, tuttavia, non ha placato del tutto l’irrequietezza di chi opera sui mercati: se le metriche di riferimento possono oscillare di 20 miliardi a seconda del criterio contabile, la valutazione delle società private dell’IA diventa un esercizio assai meno solido di quanto le cifre headline lascino intendere.

Il conto da 6.000 miliardi e il ricorso ai derivati

Sullo sfondo di questa ridda di numeri, Bain & Company ha pubblicato a fine settembre il suo rapporto annuale sulla tecnologia globale, mettendo nero su bianco una soglia che il settore dovrà raggiungere per giustificare gli investimenti in corso. Entro il 2031, secondo la società di consulenza, l’industria dell’IA dovrà generare circa 6.000 miliardi di dollari di ricavi annui per sostenere la spesa in data center, chip, reti ed energia. Le applicazioni esistenti, dagli abbonamenti consumer all’adozione enterprise, potrebbero arrivare a coprire tra 1.200 e 1.800 miliardi; ne mancherebbero all’appello circa 4.200, che dovrebbero nascere da segmenti ancora embrionali come la robotica, i veicoli autonomi, la scoperta di farmaci e le applicazioni energetiche.

L’incertezza sui ricavi si riflette anche nei comportamenti degli investitori, che hanno iniziato a cercare protezione dal rischio di un’eventuale sgonfiamento della bolla. Secondo dati Morgan Stanley Research, a settembre sono stati scambiati in media ogni settimana più di 9 miliardi di dollari di credit default swap, i derivati che pagano in caso di insolvenza di un emittente, legati a obbligazioni di Oracle, Alphabet, Amazon, Meta, Broadcom e Nvidia; a luglio il volume era inferiore ai 2 miliardi.

Il costo di queste coperture ha toccato i massimi storici per molte delle società coinvolte nel finanziamento dell’infrastruttura, segno che la preoccupazione per la leva finanziaria del settore non è più confinata agli specialisti del credito.

La difesa di Huang e il peso della leva

A metà ottobre, mentre le vendite sui titoli tecnologici proseguivano, è intervenuto Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia. In un’intervista al podcast BG2 e in dichiarazioni rese a Stoccolma, ha sostenuto che il mercato sbaglia a concentrare l’attenzione solo sui ricavi di due laboratori di ricerca.

Ha spiegato che la domanda di potenza di calcolo per Nvidia si distribuisce su tre blocchi di dimensioni simili: una parte consistente di calcolo tradizionale, non legata all’IA generativa, che continua a crescere; una quota pari a circa un quarto o un terzo riconducibile ai laboratori di frontiera, che a suo dire sono cinque o sei e non soltanto due; e il resto proveniente da altre applicazioni.

Ha inoltre definito infondate le preoccupazioni sulla stabilità finanziaria di CoreWeave, fornitore di cloud computing con un forte indebitamento, di cui Nvidia detiene una quota rilevante, affermando che la società non necessita di alcuna rete di sicurezza da parte del gruppo.

Le parole di Huang hanno temporaneamente invertito la rotta di CoreWeave a Wall Street, ma non hanno cancellato i numeri che descrivono la trasformazione del settore. Le società legate all’IA hanno emesso debito per circa 466 miliardi di dollari da inizio 2026, contro i 101 miliardi dello stesso periodo dell’anno precedente, secondo le stime di Morgan Stanley. A questo si aggiungono gli impegni fuori bilancio delle grandi piattaforme cloud, che secondo il Financial Times superano i 2.400 miliardi di dollari.

Sono passività che peseranno sui bilanci futuri e che rendono il dibattito sulla qualità dei ricavi tutto fuorché accademico.

Le scadenze ravvicinate di OpenAI

OpenAI, dal canto suo, sta negoziando una nuova raccolta di capitali privati che secondo il Financial Times potrebbe attribuirle una valutazione intorno ai 1.400 miliardi di dollari, mentre l’azienda ha avviato le procedure per una possibile quotazione in borsa. La società ha comunicato agli investitori di aver raggiunto un fatturato annualizzato vicino ai 50 miliardi a fine settembre, con l’obiettivo dichiarato di arrivare a 70 miliardi entro la fine dell’anno. Anthropic, che secondo Reuters e Bloomberg punta a sua volta a una quotazione con una valutazione stimata intorno ai 2.000 miliardi, avrebbe riferito agli investitori un tasso di ricavi annualizzati superiore ai 65 miliardi. Numeri che, finché resteranno confinati in documenti privati e non troveranno la certificazione di un bilancio auditato, continueranno a essere letti con la lente della diffidenza.

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