Mali, la ritirata dell’Africa Corps da Kidal e il crollo della strategia russa nel Sahel
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Redazione Esteri
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La partenza delle forze dell’Africa Corps, il Corpo paramilitare russo subentrato al Gruppo Wagner, dalla città di Kidal non rappresenta affatto un semplice ripiegamento tattico, bensì una débâcle militare e politica che fa tremare l’intero impianto della presenza di Mosca in Africa occidentale. Kidal, lo ricordiamo, non è un avamposto qualunque: è il cuore nevralgico della secolare ribellione tuareg, il termometro che misura la capacità dello Stato centrale di Bamako di esercitare la propria sovranità sulle regioni del nord. Quando, poco più di un anno fa, le truppe maliane sostenute dai contractor russi erano riuscite a riconquistare la città, la giunta del colonnello Assimi Goïta aveva presentato quell’operazione come la prova tangibile del fallimento dell’ex potenza coloniale, la Francia, e la riuscita del nuovo asse geopolitico con il Cremlino. Oggi, quel castello di carte sembra crollare sotto i colpi di un’offensiva coordinata senza precedenti.
Un’offensiva a tenaglia tra jihadisti e separatisti
A partire dallo scorso fine settimana, il Paese è stato scosso da una serie di attacchi simultanei che hanno preso di mira non solo le postazioni militari a Kidal, ma anche la periferia della capitale Bamako. A coordinare l’assalto sono state due entità che fino a poco tempo fa sembravano muoversi su binari indipendenti: da un lato il Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA), formazione a predominanza tuareg che rivendica l’indipendenza del nord, e dall’altro il Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (JNIM), legato ad al-Qaeda. Questa alleanza tattica, che alcuni osservatori definiscono “circostanziale” ma estremamente efficace, ha messo in ginocchio l’esercito regolare maliano, costringendo i mercenari russi a una precipitosa ritirata che questi ultimi hanno cercato di mascherare come un “riposizionamento”.
Secondo le verifiche effettuate attraverso immagini geolocalizzate e dati satellitari, le colonne dell’Africa Corps – composte da blindati Typhoon e camion logistici Shacman, spesso dati in dotazione solo lo scorso anno – hanno abbandonato le loro basi dirigendosi verso ovest, cariche di feriti e con diversi mezzi pesanti incendiati o distrutti durante gli scontri. Le stesse forze paramilitari, in un comunicato diffuso su Telegram, hanno ammesso l’evacuazione ma hanno cercato di minimizzare l’accaduto, definendolo una decisione congiunta con la leadership maliana per preservare le truppe. Peccato che, sul campo, le conseguenze siano apparse ben più gravi: la città è caduta in mano ai ribelli, che l’hanno proclamata “libera”, mentre la popolazione locale, secondo alcune fonti, accusa i russi di aver tradito le aspettative e abbandonato il paese al suo destino.
Il prezzo geopolitico della sconfitta per Mosca
L’Africa Corps era nato ufficialmente il 20 novembre 2023, sotto l’egida del vice ministro della Difesa russo, Yunus-bek Evkurov, con l’obiettivo di ripulire l’immagine del Gruppo Wagner, pesantemente segnato dalla rivolta del suo fondatore Evgenij Prigozhin. L’operato in Mali doveva rappresentare la vetrina di questo "nuovo corso": più disciplinato, formalmente legato alle strutture statali russe, eppure altrettanto brutale nel sostegno alle giunte militari. Il fallimento a Kidal, però, restituisce un’immagine di fragilità che rischia di propagarsi come un’onda d’urto in tutta la regione, dal Burkina Faso al Niger, dove l’influenza russa è cresciuta in parallelo alla rottura diplomatica con Parigi.
La scelta di lasciare Kidal, inoltre, avviene in un contesto di acuta crisi interna per la giunta. Durante gli scontri è rimasto ucciso il ministro della Difesa, Sadio Camara, figura chiave nell’avvicinamento a Mosca e artefice della rottura con gli accordi di difesa occidentali. La sua scomparsa lascia un vuoto di potere nel vertice militare di Bamako proprio mentre l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), che unisce Mali, Niger e Burkina Faso, cerca di consolidare la propria unità con progetti comuni come il passaporto biometrico o una stazione televisiva condivisa. Senza la protezione efficace dei contractor russi, tuttavia, queste ambizioni rischiano di rimanere lettera morta, bloccate dall’incapacità di garantire la sicurezza minima necessaria per qualsiasi progetto di integrazione.
Un vuoto lasciato dalla frettolosa sostituzione della Françafrique
La fragilità odierna del Mali è in larga parte figlia della brusca cesura con il sistema di sicurezza occidentale. Dopo il colpo di Stato del 2021, la giunta di Goïta ha accelerato l’espulsione delle forze francesi e della missione delle Nazioni Unite (MINUSMA), creando un vuoto che Mosca aveva promesso di riempire con la sua presunta efficacia militare e la sua propaganda anti-coloniale. I fatti di questi giorni dimostrano invece che la transizione da una potenza all’altra è stata tutt’altro che lineare. I contractor russi, sebbene numericamente consistenti, non sono riusciti a sostituire l’architettura logistica e di intelligence che la Francia aveva dispiegato nel Sahel per un decennio.
La perdita di Kidal rappresenta quindi più di una semplice sconfitta locale: è la crepa nel mito dell’invincibilità russa in Africa. Mentre i convogli si allontanano verso sud, lasciando dietro di sé basi saccheggiate e mezzi corazzati bruciati, la strategia del Cremlino – fondata sulla promessa di stabilità in cambio di risorse auree e minerarie – mostra tutte le sue contraddizioni. Per il popolo maliano, già provato da anni di conflitto interno e instabilità politica, l’abbandono del nord segna l’ennesimo capitolo di una storia di violenza che, lungi dal concludersi, sembra invece entrare in una fase ancora più insidiosa e incontrollabile.
Meta Description: Mali, l’Africa Corps russo si ritira da Kidal dopo l’offensiva di jihadisti e ribelli tuareg. Una sconfitta militare che segna il fallimento di Mosca nel Sahel.




