Il crollo dell’Africa Corps nel Sahel e l’assedio fantasma su Bamako
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Redazione Esteri
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Da quasi un decennio, la narrativa di Mosca come potenza inarrestabile nel continente africano, costruita con il denaro del Gruppo Wagner e l’acciaio dei suoi sicari, sta mostrando una crepa che nessuna presenza di mercenari o “consulenti militari” potrebbe più rattoppare. Ed è proprio nel Mali, roccaforte considerata inespugnabile dalla giunta alleata del Cremlino, che il castello di carte sembra cedere sotto i colpi di un’offensiva lampo condotta da due nemici che, pur odiandosi reciprocamente, hanno scoperto di detestare ancora di più il colonnello Assimi Goïta e i suoi protettori russi. Il 25 aprile 2026, i fatti sul terreno hanno consegnato una verità scomoda: l’Africa Corps – erede ufficiale della disciolta Wagner dopo la morte di Evgenij Prigozin nel 2023, nonché costola formalmente inquadrata nelle forze armate regolari della Federazione – non è più quella falange temuta che teneva in scacco intere regioni a suon di esecuzioni sommarie e controllo delle rotte minerarie.
Dalla Wagner all’Africa Corps: un rebranding che non ferma le pallottole
Sarebbe un errore, tuttavia, credere che il cambio di casacca – da milizia mercenaria privata a componente speciale dell’esercito convenzionale russo – abbia mutato la sostanza delle operazioni sul terreno. Se da un lato il rebranding ha consentito a Mosca di prendere le distanze dagli eccessi più crudeli del passato (e dalle sanzioni che ne derivano), dall’altro l’ha esposta a un rischio ben peggiore: quello di vedere umiliata la propria bandiera nelle sabbie del Sahel. E l’umiliazione, come spesso accade in questi teatri, è arrivata sotto forma di una ritirata disordinata, quasi silenziosa, mentre i convogli dell’Africa Corps abbandonavano le posizioni avanzate per ripiegare verso le basi più sicure o – si sussurra tra gli analisti – verso l’aeroporto militare di Bamako, nel tentativo disperato di organizzare un’evacuazione che nessuno a Mosca ammetterebbe mai in pubblico.
L’alleanza impossibile tra jihadisti e separatisti, o del nemico comune
A sferrare il pugno capace di mandare in frantumi l’egemonia russa nel nord del Mali sono state due entità che, sulla carta, dovrebbero combattersi con ferocia maggiore di quella riservata all’esercito regolare. Da una parte il Jnim (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin), la coalizione jihadista affiliata ad al-Qaeda che sogna di imporre la shari’a su tutto il territorio; dall’altra il Fla, Fronte di Liberazione dell’Azawad, matrice tuareg e separatista, la cui ragione d’essere è costruire uno Stato indipendente, laico e distante dagli integralismi. Eppure, come la cronaca dell’offensiva del 25 aprile ha documentato senza possibilità di appello, i due gruppi hanno marciato fianco a fianco, riconquistando Kidal – la capitale simbolo dei tuareg e snodo logistico cruciale – e dilagando verso sud fino a minacciare i quartieri periferici di Bamako. L’assedio alla capitale, che né i generali maliani né i loro alleati russi erano pronti a contrastare, ha trasformato in polvere l’illusione di un controllo duraturo.
Il convoglio di camion e il fuoco sulla strada per Bamako
L’ultimo episodio, prima della resa dei conti annunciata, porta la cifra della disgregazione in atto. Alcuni militanti (l’attribuzione precisa tra Jnim e Fla resta fluida, segno della loro collaborazione tattica) hanno teso un’imboscata a un convoglio di camion diretto nella capitale ormai semi-accerchiata. Secondo quanto riferito da Mounir Benazouz, rappresentante della sezione trasporti su strada all’interno della Confederazione Democratica del Lavoro, i tir provenivano dal Marocco e trasportavano frutta; i miliziani hanno aperto il fuoco senza troppe esitazioni, in un’azione che non aveva solo lo scopo di razziare viveri, ma quello preciso di mostrare che nessuna via, commerciale o militare, può dirsi al sicuro. Le Forze armate maliane (Fama), già decimate da diserzioni e logistica inefficiente, non sono riuscite a garantire la scorta nemmeno per quei pochi rifornimenti ancora destinati alla popolazione civile. E l’Africa Corps, da par suo, era altrove: in fase di ripiegamento, quando non già in fuga verso nord-est con i blindati semivuoti. Sulle polverose statali che collegano il paese all’Algeria e alla Mauritania, ormai libere dai posti di blocco russi, i ribelli sventolano le proprie bandiere senza che nessuno, a Bamako o a Mosca, possa più spegnere quel segnale d’incendio.




