Il jihadismo alza il tiro: «Assedio totale a Bamako» mentre i tuareg chiedono ai russi di andarsene
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Redazione Esteri
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Il portavoce del Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmati (Jnim), Abu Hudheifah al-Bambari – conosciuto anche come Bina Diarra – ha diffuso ieri un comunicato in video, registrato in lingua bambara, per annunciare l’inizio di un «assedio totale contro Bamako». Un’intimidazione che non è solo retorica, se si considera che nel fine settimana scorso una duplice azione coordinata – rivendicata sia dai jihadisti che dai ribelli tuareg del Fronte di Liberazione dell’Azawad (Alf) – ha messo in ginocchio l’apparato di sicurezza della giunta guidata dal presidente Assimi Goïta. Il riferimento, nel discorso del portavoce, è preciso: l’eliminazione del ministro della Difesa Sadio Camara, avvenuta nella sua residenza a Kati, e l’occupazione delle due città simbolo del Nord, Kidal e Gao.
Un patto contro il nemico comune: l’offensiva che ha scosso lo Stato maggiore
Non era mai successo, almeno con questa intensità, che le fazioni indipendentiste tuareg – storicamente in lotta per la creazione dell’Azawad – e le milizie legate ad Al Qaeda nel Sahel unissero le forze in un’operazione su così larga scala. Gli scontri, iniziati il 25 aprile, hanno colpito simultaneamente obiettivi civili e militari: dalla base di Kati, roccaforte dei vertici delle Forze armate maliane, fino all’aeroporto internazionale di Bamako e alle guarnigioni di Sevaré e Gao. Secondo fonti raccolte dalle agenzie internazionali, un attentatore suicida a bordo di un veicolo carico di esplosivo ha fatto irruzione nella dimora del ministro Camara, uccidendolo insieme alla seconda moglie. Un’eliminazione mirata, visto che Camara era considerato il regista del riavvicinamento a Mosca e il principale garante dell’alleanza con i paramilitari russi dell’Africa Corps, eredi del defunto gruppo Wagner.
«La Russia deve andarsene da tutto il Mali»: la controffensiva politica dei tuareg
Mentre i jihadisti stringono la morsa psicologica sulla capitale – con il divieto esplicito di far entrare chiunque fino a nuovo ordine – i ribelli tuareg giocano una partita diversa, ma altrettanto letale per la giunta. Il portavoce dell’Alf, Mohamed Elmaouloud Ramadane, interpellato dall’Afp, è stato chiaro: l’obiettivo è che la Federazione russa si ritiri «dall’Azawad e, più in generale, da tutto il Mali». Una dichiarazione che segue di poche ore la controffensiva lampo nel Nord, dove l’Africa Corps ha dovuto abbandonare Kidal dopo due giorni di duri combattimenti, lasciando sul terreno mezzi blindati e armamenti pesanti. Una débâcle imbarazzante per il Cremlino, che proprio in Mali aveva investito risorse ingenti per mostrare al mondo l’efficacia del suo modello di sicurezza “alternativo” a quello occidentale.
Mosca accusa Kiev e l’Europa, ma la realtà sul campo è impietosa
La narrazione russa, filtrata attraverso i canali dell’Africa Corps, ha cercato subito di incanalare l’accaduto in una chiave geopolitica. Secondo fonti vicine al ministero della Difesa di Mosca, l’offensiva del 25 aprile sarebbe stato un tentativo di colpo di Stato orchestrato da «servizi segreti occidentali» con il supporto di mercenari ucraini ed europei, accusati di aver fornito ai ribelli sistemi missilistici portatili come gli Stinger e i Mistral. Accuse pesanti, ma al momento prive di riscontri indipendenti, che servono però a distogliere l’attenzione da un dato oggettivo: le truppe d’élite russe, pagate profumatamente dalla giunta con concessioni minerarie, hanno perso il controllo di Kidal – riconquistata solo due anni fa con un bagno di sangue – e non sono riuscite a proteggere nemmeno il quartier generale della Difesa a Kati. La fuga precipitosa dei consiglieri militari di Goïta è stata documentata da video geolocalizzati dalla stampa britannica, che mostrano convogli in ritirata mentre i ribelli issano le loro insegne nelle caserme abbandonate.
L’assedio parallelo: la capitale nel mirino e la resistenza della giunta
Nonostante l’ottimismo di facciata mostrato dall’esercito regolare – che parla di «situazione sotto controllo» e di «danni limitati» – la realtà per i cittadini di Bamako è quella di una metropoli in stato d’assedio. Helicotteri da combattimento sorvolano a bassa quota la periferia, mentre l’Africa Corps continua a lanciare raid con droni sui convogli ribelli in avvicinamento. La minaccia di Bina Diarra, sebbene forse esagerata per fini propagandistici, ha un fondamento tangibile: le strade d’accesso alla capitale sono state interrotte o sono divenute trappole mortali, replicando lo schema già visto nel 2024, quando Jnim proclamò un blocco simile sui rifornimenti di carburante. Per Goïta, che secondo fonti locali si sarebbe rifugiato in un luogo sicuro senza rendersi visibile per giorni, il nodo è politico oltre che militare. L’alleanza tattica tra separatisti e jihadisti – se dovesse reggere – rappresenta un pericolo esistenziale per la giunta, costringendola a combattere su due fronti opposti senza la possibilità di dividere il nemico, come invece era riuscita a fare in passato con la diplomazia occulta.




