Mali, l’attacco alla giunta arriva in casa: ucciso il ministro della Difesa Sadio Camara

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tregua nella capitale Bamako ha la consistenza del vetro, quell’opacità fragile che precede il prossimo schianto. Dopo il weekend di sangue che ha scosso il Paese, il silenzio calato sulle strade sembra più una sospensione del conflitto che una sua risoluzione, una pausa tattica in attesa di capire chi, tra la giunta militare e l’alleanza eterogenea dei suoi nemici, abbia la spinta per colpire per primo. Il dato più drammatico, e forse quello dal peso politico più devastante per il regime del generale Assimi Goïta, è l’uccisione del ministro della Difesa, il generale Sadio Camara. Un attacco portato non al fronte, ma nel cuore del potere: la sua residenza privata a Kati, la roccaforte militare situata a pochi chilometri dalla capitale, è stata presa di mira nel corso di una delle incursioni coordinate che hanno infiammato il Paese.

L’ondata di violenza che ha investito lo Stato saheliano a partire da sabato 25 aprile non è stato il solito raid lampo nel deserto. Le cronache della polizia e le testimonianze raccolte sul campo descrivono uno scenario di guerra ibrida, in cui non c'è stata distinzione tra dentro e fuori le linee nemiche. Mentre i ribelli separatisti tuareg del Fronte per la Liberazione dell’Azawad (FLA) – che da anni inseguono il sogno di uno Stato indipendente nel nord – premevano su città strategiche come Gao e Kidal, i mujaheddin del Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (JNIM), affiliato ad al-Qaeda, colpivano direttamente il centro decisionale della giunta. È proprio a Kati che si è consumato l’affronto più grave per i militari al potere dal 2021: l’eliminazione fisica del capo delle Forze armate, ucciso insieme ad alcuni familiari in un'esplosione che ha ridotto la sua abitazione in macerie, secondo quanto riportato da fonti vicine alla famiglia e dalla stampa internazionale.

È un equilibrio precario quello che regge le sorti della nazione in queste ore. Il generale Assimi Goïta, leader della giunta e artefice del colpo di Stato del 2020 formalizzato nel 2021 -2, non si è fatto vedere in pubblico né ha al momento rotto il silenzio con dichiarazioni ufficiali dall’inizio delle ostilità, come rilevato dalle agenzie di stampa. La sua assenza mentre le basi militari cadevano e il titolare della Difesa veniva assassinato lascia spazio a più di un interrogativo sulla tenuta del comando centrale. Nel frattempo, il FLA ha rivendicato il controllo totale di Kidal -8, città simbolo del Nord che era stata strappata ai separatisti dai mercenari russi dell’Africa Corps solo nel 2023 -3, imponendo un ritiro ai mercenari russi che rappresentavano la spina dorsale della sicurezza governativa nella regione.

Jihadisti e separatisti, un’alleanza contro natura che mette in ginocchio Bamako

A rendere l’offensiva di questo fine settimana particolarmente pericolosa per la stabilità della regione – e forse la più rilevante dal 2012 – è la rinnovata sinergia operativa tra due mondi che spesso si sono combattuti. Da un lato i nazionalisti tuareg, che rivendicano una indipendenza laica per l’Azawad, dall’altro i radicali islamisti del JNIM, che mirano a instaurare una rigida sharia in tutto il Sahel. Questi due fronti, che si erano già alleati nel 2012 prima di un violento divorzio, hanno trovato un nemico comune nel governo militare di Goïta e nella sua costosa scommessa russa.

Le fonti dell’intelligence descrivono una coordinazione perfetta: mentre i miliziani tuareg assaltavano le postazioni dell’esercito regolare a Gao, i jihadisti forzavano gli accessi alla base di Kati e si spingevano nei sobborghi di Bamako, dove sono stati segnalati scontri a fuoco anche nei pressi dell’aeroporto internazionale. L’obiettivo dichiarato dai ribelli, riferito da un comandante del FLA alla BBC, sembra essere quello di una pulizia etnica del territorio settentrionale: "Il nostro obiettivo principale ora è controllare Gao, e poi Timbuktu cadrà facilmente".

La resa dei conti a Kati: l’omicidio mirato del generale Camara

Il generale Sadio Camara non era un funzionario qualunque. Considerato il numero due della giunta e una delle menti militari più vicine al presidente Goïta, la sua eliminazione rappresenta un vuoto di vertice incolmabile in piena crisi. Secondo le ricostruzioni fornite dalla famiglia e diffuse dall'AFP, l'attacco alla sua residenza a Kati sarebbe stato condotto tramite un'autobomba, un attentato suicida che ha anche causato la morte di almeno tre suoi familiari.

Sebbene i portavoce dell'esercito nazionale (FAMa) abbiano cercato di circoscrivere i danni definendo la situazione "sotto controllo" nonostante il ferimento di sedici persone tra civili e soldati -1, l'ondata di terrore ha avuto conseguenze tangibili sulla logistica bellica. La morsa dei ribelli è arrivata a stringere anche i contractor russi: l’Africa Corps, erede del defunto gruppo Wagner, ha accettato un armistizio tattico per ritirarsi da Kidal. Un accordo, questo, raggiunto per salvare la faccia e gli uomini, che di fatto consegna ai separatisti una delle roccaforti più ambite del Nord, ribaltando gli equilibri di potere conquistati dall’esercito negli ultimi due anni.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.