Mali, il ministro della Difesa Sadio Camara ucciso nell’attacco coordinato di jihadisti e tuareg: autobomba vicino alla residenza a Kati

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La fragilità del Sahel si manifesta ancora una volta nella sua forma più cruenta e destabilizzante, colpendo direttamente il cuore del potere militare di Bamako. Sabato 25 aprile, nelle prime ore dell’alba, la capitale maliana e diverse roccaforti strategiche del Centro-Nord sono state sconvolte da un’offensiva coordinata che ha visto un’alleanza tanto inedita quanto letale: da un lato i jihadisti del Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (Jnim), affiliato ad Al Qaeda, dall’altro i ribelli separatisti tuareg del Fronte per la Liberazione dell’Azawad (Fla). L’esito più drammatico di questa escalation, secondo quanto ricostruito da fonti familiari e ripreso da diversi media internazionali, è la morte del ministro della Difesa, Sadio Camara, rimasto ucciso nell’esplosione di un'autobomba nei pressi della sua residenza ufficiale, situata all'interno della base militare di Kati, roccaforte strategica che ospita anche la residenza del presidente della giunta, Assimi Goita.

Mentre i tuareg dell’Azawad rivendicavano la conquista della città di Kidal, roccaforte storica della secessione riconquistata dall’esercito solo nel 2023, nella periferia di Bamako e nelle cittadine di Gao, Sévaré e Mopti si combatteva una battaglia che ha messo in ginocchio la macchina bellica della giunta. Le testimonianze dei residenti nella zona di Kati, dove la casa del ministro è stata quasi completamente raso al suolo dall’urto, descrivono un’esplosione violentissima seguita da ore di fuoco incrociato; l’aeroporto internazionale di Bamako è stato preso di mira, costringendo le autorità a chiuderlo temporaneamente e a dirottare i voli. In questo quadro di caos orchestrato, l’esercito maliano ha inizialmente faticato a contenere l’avanzata, salvo poi dichiarare, a tarda sera, che la situazione era sotto controllo e che centinaia di “terroristi” erano stati neutralizzati durante le fasi più concitate del conflitto.

L’asse strategico tra Jnim e Fla e il nodo della sicurezza nella capitale

La portata dell’attacco, definito da molti analisti come il più complesso e massiccio dal 2012, anno in cui i jihadisti e i ribelli conquistarono mezza nazione, risiede proprio nell’inedita cooperazione tra i due gruppi. In un comunicato diffuso durante la giornata, il fronte jihadista Jnim ha confermato di aver agito “in partnership” con il Fla tuareg, un’alleanza che infrange la consuetudine di attacchi separati e suggerisce una pericolosa saldatura operativa tra chi lotta per l’indipendenza dell’Azawad e chi promulga la sharia in tutta l’area subsahariana. Fonti della Difesa, citate in un primo momento da alcune agenzie, avevano tentato di smentire la morte del ministro rassicurando sulla sua incolumità, salvo poi essere smentite dai fatti: il senza vita di Sadio Camara sarebbe stato estratto dalle macerie della sua abitazione, un colpo durissimo per la giunta militare che aveva fatto della repressione dei separatisti uno dei suoi cavalli di battaglia.

Nonostante la narrativa ufficiale di Bamako parli di un ritorno alla calma, la tensione resta altissima lungo il confine tra la capitale e Kati, dove i mercenari russi del gruppo Africa Corps (subentrati al defunto Wagner) hanno supportato l’esercito locale nei rastrellamenti. Le immagini dei miliziani che sfilavano armati nei sobborghi hanno gettato discredito sulla capacità della giunta di proteggere i propri vertici, soprattutto perché l’attacco non si è limitato a una zona remota del Paese, ma ha colpito il centro nevralgico del potere, violando le barriere presidiate della base di Kati. Il bilancio ufficiale, ancora parziale, parla di almeno 16 feriti tra militari e civili, sebbene fonti sul campo suggeriscano numeri ben più alti. Le autorità hanno imposto un coprifuoco notturno per tre giorni a Bamako e in altre regioni interessate dagli scontri.

Le ambigue dinamiche dell’attacco e il ruolo dei mercenari russi

Ciò che rende la situazione particolarmente fluida e allarmante è la difficoltà di stabilire con esattezza la catena di comando di questa offensiva. Se i tuareg del Fla hanno rivendicato su Facebook il controllo di vaste porzioni di Kidal e Gao, sostenendo di aver costretto il governatore a rifugiarsi nell’ex campo della Minusma, i jihadisti hanno parlato apertamente di un attacco volto a colpire non solo le caserme, ma anche le residenze private del presidente Goita e del ministro Camara. La scelta di utilizzare un autobomba guidata da un attentatore suicida (così come ipotizzato dalle prime ricostruzioni investigative) indica un livello di sofisticazione operativa che supera la normale guerriglia dei gruppi tuareg e che porta la firma delle cellule più radicali legate ad Al Qaeda.

La giunta militare salita al potere dopo i colpi di Stato del 2020 e del 2021, che giustificava il proprio controllo draconiano con la necessità di arginare il terrorismo, si trova oggi con un buco nella propria linea difensiva interna. Il sostegno dei mercenari russi, la cui presenza è massiccia nel settore minerario e nelle operazioni anti-insurrezione, non è bastato a evitare l’umiliazione strategica. Anzi, dalle ricostruzioni emerge che i ribelli abbiano sfruttato proprio la congestione della sicurezza del “cerchio magico” attorno ai palazzi del potere per piazzare l’ordigno. Mentre i vertici militari promettono operazioni di “passaggio al setaccio” nelle zone colpite, il silenzio sulla sorte di altri ufficiali superiori alimenta solo la psicosi in una capitale abituata ai colpi di scena ma raramente a un’infiltrazione così devastante.

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