Mali, jihadisti e tuareg assediano Bamako: in bilico la giunta militare filorussa
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Redazione Esteri
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Il tabellone della strategia internazionale – quella che passa per il Sahel come per un grande scacchiere dove le pedine cambiano colore senza preavviso – si è incrinato nuovamente. A Bamako, dove la giunta militare filorussa governa con il pugno di ferro dal colpo di stato del 2020, l’aria di questi giorni sa di polvere da sparo e di assedio. Non è un iperbolico giornalistico, ma la cronaca di un’offensiva che dal 25 aprile non dà tregua. I jihadisti del Gruppo per il sostegno all’Islam e ai musulmani (Gsim), vale a dire il ramo saheliano di al-Qaeda, hanno stretto un’alleanza tanto improvvisa quanto letale con i ribelli tuareg del Fronte di liberazione dell’Azawad (Fla), storici nemici di qualsiasi potere centralizzato. Insieme – e il dettaglio non è secondario – hanno già rivendicato attacchi coordinati in più punti del paese, e oggi controllano circa il 70% del territorio maliano. La capitale, circondata su più fronti, diventa così l’obiettivo finale di una manovra a tenaglia.
L’offensiva che non si ferma: centinaia di morti e un ministro della difesa ucciso
Le fonti locali, quelle che evitano i comunicati ufficiali e parlano per strada o nelle moschee, concordano su un dato: il bilancio delle vittime civili ha superato le cento unità nei soli primi tre giorni di combattimenti. Poi ci sono gli aggiornamenti del fine settimana, con decine di nuovi cadaveri accertati nella regione centrale, dove il gruppo Jnim (legato ad al-Qaeda) ha colpito ancora venerdì. Tra i nomi emersi con maggiore durezza per il regime c’è quello di Sadio Camara, ministro della Difesa, la cui uccisione – confermata da più parti – aggiunge un tassello di vulnerabilità all’interno dell’apparato di sicurezza. La giunta, che aveva fondato la propria legittimazione sulla promessa di riconquistare il territorio, si ritrova oggi a difendere la stessa capitale. Decine di migliaia di sfollati si accumulano nelle periferie di Bamako, dove le condizioni igieniche sono al collasso e gli aiuti umanitari tardano ad arrivare, bloccati dai checkpoint informali dei gruppi armati.
La grande manifestazione di sostegno – ma il regime trema
Domenica scorsa diverse centinaia di persone sono scese in piazza proprio a Bamako per gridare il proprio appoggio ai militari. Un segnale, certo, ma meno rassicurante di quanto potrebbe sembrare. Perché il numero dei manifestanti è rimasto contenuto, e le frange più critiche della società civile – quelle che pagano il prezzo più alto dell’assedio – hanno preferito rimanere in casa, tra la paura di un’infiltrazione jihadista e la rabbia per un governo che non riesce a proteggere nemmeno i crocevia principali. La presenza russa, materializzatasi nei mesi scorsi con i consiglieri del gruppo Wagner (ora riconfigurato in altre vesti), non ha finora invertito le sorti del conflitto. Anzi, l’alleanza tuareg-jihadista ha dimostrato una capacità di coordinamento che i vertici militari di Bamako non avevano previsto. E la fame, quella vera, comincia a farsi sentire nelle aree isolate: i convogli alimentari diretti al nord sono stati saccheggiati più volte, mentre le agenzie umanitarie riducono il personale.
Un conflitto che viene da lontano – e che adesso soffoca il sud
La presenza jihadista in Mali non è un fenomeno recente; risale ai primi anni Duemila, quando la coda di al-Qaeda nel Maghreb islamico cominciò a insediarsi nelle regioni desertiche. Ma la svolta drammatica arrivò nel 2012, con la ribellione tuareg trasformata rapidamente in guerra asimmetrica. Da allora il conflitto ha cambiato più volte geografia: prima si è concentrato nel nord, poi è sceso verso il centro – dove i gruppi hanno reclutato tra le comunità fulani e dogon – e oggi avvolge il sud, stringendo Bamako in una morsa che ricorda per certi versi quella di Mosul prima della caduta. I militari al potere, che avevano rotto con la Francia e virato verso Mosca, non possono più contare sulla scusa dell’ingerenza esterna per giustificare le proprie sconfitte. I jihadisti e i tuareg, pur separati da visioni del mondo inconciliabili (la sharia contro il nazionalismo azawadiano), condividono per ora un nemico comune. E finché questa alleanza tattica regge, il regime filorussa resta in bilico. La cronaca, in attesa di nuovi sviluppi, registra solo questi fatti: oltre cento civili uccisi, un ministro della Difesa morto, e quasi tre quarti del paese fuori dal controllo della giunta.




