Il fronte tuareg chiede la ritirata della Russia dal Mali: “Devono andare via da tutto il paese”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La pressione sulla presenza militare russa in Mali si fa sempre più insistente, e questa volta a parlare è la voce del Fronte di Liberazione dell’Azawad (ALF). Mohamed Elmaouloud Ramadane, portavoce dei ribelli tuareg, ha rilasciato una dichiarazione categorica all’Afp, chiarendo senza mezzi termini quale sia l’obiettivo finale della loro offensiva: non si tratta più di una semplice riconquista territoriale, ma di una epurazione totale dello straniero dalla regione. “Il nostro obiettivo è che la Russia si ritiri definitivamente dall’Azawad e, più in generale, da tutto il Mali”, ha affermato, un messaggio che arriva mentre i paramilitari dell’Africa Corps – eredi dell’ex gruppo Wagner – sembrano arretrare su più fronti, subendo perdite di credibilità e di terreno. Ed è in questo vuoto, colmato dall’avanzata combinata dei jihadisti e dei separatisti, che la giunta militare di Bamako rischia di vedere crollare il pilastro su cui aveva costruito la propria strategia di sopravvivenza.

La macchia russa nel Sahel e il crollo di una promessa

Mosca era riuscita a incunearsi nel Sahel sfruttando quel sentimento anti-occidentale che, complice un domino di colpi di Stato, ha spazzato via l’influenza francese dalla regione. I russi si erano presentati come l’alternativa concreta, la soluzione muscolare che i governi militari cercavano per arginare la marea jihadista, lontana dalle “titubanze” legali dei consulenti europei. Tuttavia, l’attuale avanzata della coalizione tra il Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (JNIM) e lo stesso Fronte tuareg ha trasformato quella promessa in una débâcle tattica. L’offensiva coordinata iniziata sabato 25 aprile non solo ha portato alla conquista di snodi nevralgici nel Nord-Est, ma ha umiliato la macchina da guerra su cui la giunta aveva scommesso, costringendo le truppe di Putin a una ritirata che sa di resa, abbandonando equipaggiamenti pesanti e basi strategiche come quella di Kidal.

Bamako sotto assedio e il simbolismo dell’attacco al cuore dello Stato

Se la perdita di Kidal – riconquistata con fatica nel 2023 – rappresenta una ferita militare, l’assedio alla capitale ha un valore squisitamente psicologico e politico. I jihadisti hanno infatti bloccato le vie d’accesso a Bamako, un atto che insinua il dubbio più terribile per un governo: l’incapacità di garantire sicurezza nemmeno nel proprio centro nevralgico. La situazione è precipitata in un clima di guerra aperta che il Mali non viveva dal 2012, aggravata dalla morte del ministro della Difesa Sadio Camara, figura chiave nella svolta filo-russa del paese. Con gli accessi alla capitale ostruiti e le milizie nemiche che premono alle porte, l’Africa Corps si è trovato a combattere per la mera sopravvivenza logistica, lanciando attacchi aerei nei sobborghi di Kati per rallentare un’avanzata che sembra inarrestabile.

La risposta di Mosca: “Non ci ritiriamo”

Di fronte alle pressanti richieste del portavoce tuareg – il quale ha rivendicato con orgoglio che, in tutti gli scontri diretti, i russi sono sempre stati sconfitti – la reazione del Cremlino è stata secca. Dmitri Peskov, portavoce del governo russo, ha rispedito al mittente l’ultimatum, dichiarando che Mosca “proseguirà, incluso in Mali, la lotta contro l’estremismo e il terrorismo”, supportando le autorità locali. Peskov ha liquidato la richiesta ribadendo l’importanza della presenza russa, definita come una necessità per la stabilità del regime in carica. Tuttavia, mentre la diplomazia russa ostenta sicurezza, sul terreno i numeri raccontano una storia diversa: i ribelli controllano ormai gran parte del nord e la credibilità dell’Africa Corps come “garante della sicurezza” vacilla, minando quella che finora era stata la principale leva di influenza di Putin nel continente.

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