La ritirata in Mali e il dilemma dei soldati russi: arrendersi ai jihadisti o morire

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   LONDRA – “Arrendetevi o morirete tutti”. È il dilemma – riportato nei giorni scorsi da fonti vicine ai combattimenti – che le forze ribelli hanno offerto a un contingente di truppe russe, quelle stesse che appoggiano il governo militare di Bamako e che avrebbero dovuto garantire la sicurezza nel Paese saheliano. I soldati dell’Africa Corps, eredi sul terreno del defunto Gruppo Wagner, si sono trovati così di fronte a una scelta tanto drammatica quanto emblematica del fallimento della narrativa del Cremlino in Africa: consegnarsi al nemico o combattere fino alla morte, dopo che l’avanzata congiunta dei qaedisti del Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (Jnim) e dei separatisti tuareg del Fronte di liberazione dell’Azawad (Fla) ha messo in ginocchio quella che fino a pochi mesi fa veniva descritta come una delle roccaforti più sicure della regione.

La controffensiva nel nord e la fuga dall’“oro del deserto” quando il generale Assimi Goita, alla guida della giunta dal colpo di Stato del 2020, cacciò le forze francesi e interruppe la cooperazione con gli Stati Uniti, la scommessa era chiara: affidare la sicurezza del Paese alla Russia di Vladimir Putin in cambio di un sostegno politico e militare senza troppe ingerenze sui diritti umani. Nei fatti, però, ciò che sta emergendo dalle sabbie del Sahel è una realtà molto diversa. L’alleanza tra i ribelli, durissima e ben coordinata, ha conquistato città strategiche come Kidal – ripresa dai russi solo nel 2023 dopo un decennio di controllo separatista – costringendo i paramilitari di Mosca a una ritirata che sa più di rotta. “La popolazione non esce di casa”, raccontano le testimonianze giunte dalla regione, mentre i miliziani dello Stato islamico (presenti con proprie cellule nell’area) e i loro alleati tuareg sembrano aver preso il controllo di vaste porzioni del territorio, includendo basi militari e snodi minerari.

Le accuse, peraltro, non risparmiano le reali motivazioni della presenza russa. Se Mosca si era pubblicamente proposta come “forza stabilizzatrice” in alternativa all’ex potenza coloniale francese, molte inchieste investigative hanno invece evidenziato come l’Africa Corps abbia fin da subito puntato i riflettori sulle risorse aurifere del Mali, terzo esportatore di oro nel continente nero. L’estrazione e il contrabbando di questo metallo, non a caso, rappresentano il vero banco di prova per la permanenza dei mercenari di Putin, i quali – come dimostra la fuga dalle città del nord – sembrano ben poco disposti a morire per difendere le promesse di stabilità fatte alla giunta.

Caos in città e tradimenti nell’esercito: la polveriera di Bamako a una settimana dagli attacchi simultanei che hanno preso di mira l’aeroporto della capitale e diverse guarnigioni, il quadro strategico appare drammaticamente compromesso. Le forze governative, private del supporto aereo efficace a causa della ritirata russa da Kidal e Tessalit, sembrano ora incapaci di arginare l’ondata di violenza che avanza verso sud. Non è solo un problema di uomini o di mezzi, ma anche di fiducia. Le autorità militari di Bamako hanno infatti rivelato l’esistenza di “prove solide” riguardo la complicità di alcuni ufficiali – sia in servizio che recentemente congedati – con i jihadisti e i separatisti. Questo elemento getta un’ombra sinistra sul conflitto, suggerendo che la ribellione non sia solo un fenomeno esterno ma anche il frutto di una spaccatura profonda all’interno dello stesso apparato statale.

Le strade che portano a Bamako, nel frattempo, sono state progressivamente bloccate o rese impraticabili. Si parla di posti di blocco insorti che circondano la capitale, isolandola di fatto dal resto del Paese mentre le scorte di carburante e cibo iniziano a scarseggiare. Ciò che era iniziato come una guerra nel lontano nord si sta così trasformando in un assedio che tocca direttamente il cuore politico e amministrativo del Mali. La reazione dell’Africa Corps, da parte sua, si è limitata a smentire alcune delle perdite territoriali – come nel caso della base di Hombori – ma senza offrire alcuna prova concreta della propria capacità di riconquistare ciò che è stato perso.

La crisi dell’“invincibilità” russa e i guai per l’Europa nonostante il Cremlino abbia cercato di smorzare i toni, limitandosi a diffondere brevi dichiarazioni di condanna degli attacchi e immagini di incontri diplomatici con Goita, la realtà dei fatti racconta un’umiliazione militare senza precedenti per le ambizioni di Putin. L’Africa Corps, pur assorbendo i quadri e le esperienze di Wagner, ha mostrato una fragilità logistica e morale impressionante. Secondo analisti citati dalla stampa internazionale, le forze russe presenti sul terreno – stimate tra i 1.500 e i 2.000 uomini – sono spesso male equipaggiate, comandate da ufficiali poco esperti e demoralizzate, tanto da non riuscire nemmeno a proteggere figure chiave del regime. La morte del ministro della Difesa Sadio Camara, avvenuta in un attacco suicida proprio mentre i russi arretravano, rappresenta il simbolo più tragico di questo disastro.

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