Mali, la caduta di Kidal e il silenzio di Goita: il vuoto (militare e politico) dietro la ritirata russa
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Redazione Esteri
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La partenza delle forze russe dell’Africa Corps da Kidal, certificata da un accordo tra gli stessi mercenari e i ribelli del Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA), non rappresenta un semplice ripiegamento tattico bensì un vero e proprio terremoto strategico per la giunta militare di Bamako. È un colpo durissimo, tanto politico quanto simbolico, che restituisce alla storia il valore di Kidal: non una città qualunque, ma il cuore pulsante della questione tuareg, quel luogo dove l’autorità dello Stato centrale è stata sempre contestata e che funge da termometro della sovranità reale del Mali sul Nord. Appena due anni fa, nel 2023, la riconquista della stessa roccaforte – avvenuta grazie al supporto dei contractor russi – era stata presentata dal potere militare come la prova schiacciante del fallimento dell’ex potenza coloniale francese e il trionfo del nuovo asse con Mosca. Oggi, quella narrazione è crollata sotto i colpi di un’offensiva coordinata che ha dimostrato come il fronte dei ribelli (un’alleanza, seppur tattica, tra separatisti tuareg e jihadisti del Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani, JNIM) sia in grado di frantumare le certezze della giunta.
L’offensiva simultanea e il prezzo pagato da Bamako
A partire da sabato 25 aprile, il paese è stato letteralmente squarciato in due da una tempesta di fuoco che ha preso di mira simultaneamente il cuore militare di Kati (alle porte della capitale) e le lontane roccaforti del deserto. La simultaneità degli attacchi – che ha visto i jihadisti colpire le basi e l’aeroporto di Bamako mentre i separatisti serravano le maglie intorno a Kidal, Gao e Timbuctù – è un elemento che gli analisti definiscono già come una svolta epocale, paragonabile per intensità e coordinamento solo alla crisi del 2012. La scia di sangue è pesantissima: il ministro della Difesa Sadio Camara è stato ucciso in un attentato dinamitardo proprio nella sua residenza nel quartiere militare di Kati, un colpo che ha decapitato il vertice della sicurezza nazionale e che ha gettato lo Stato Maggiore nello sconforto. Nelle pieghe di questo massacro, emerge l’assenza clamorosa del presidente della giunta, il colonnello Assimi Goita: da quando sono cominciate le ostilità, non c’è stata alcuna sua apparizione pubblica, nessuna dichiarazione, nessuna immagine; un silenzio che il Cremlino (interrogato in merito dalla stampa internazionale) si è guardato bene dal rompere, rinviando ogni domanda alle autorità locali.
Kidal, la resa dei conti e la resa russa
Il nodo cruciale di questa crisi è stato proprio Kidal, dove i combattimenti sono ripresi con ferocia domenica prima che si arrivasse alla clamorosa intesa per la via d’uscita. Stando a quanto riferito da fonti del FLA, questi ultimi hanno aperto un corridoio per permettere ai militari russi di abbandonare la città con i feriti e l’equipaggiamento pesante, evitando così una rappresaglia sanguinosa che avrebbe potuto trasformarsi nella seconda Stalingrado del Sahel. L’Africa Corps ha confermato di aver "lasciato la località", ammettendo la perdita del controllo su quella che era diventata la vetrina della loro efficacia militare. La ritirata è la verifica pratica dei limiti della presenza russa: quando i nodi vengono al pettine, e ci si trova di fronte a un'offensiva ibrida che mescola guerriglia jihadista e mobilitazione separatista, le "forze di sicurezza" di Mosca non sono riuscite a tenere il passo, lasciando dietro di sé un vuoto di potere incolmabile.
La spaccatura del Sahel e l’isolamento di Goita
Questa débâcle arriva in un momento particolarmente delicato per gli equilibri regionali. Il Mali, insieme ai vicini del Niger e del Burkina Faso (tutti riuniti nell’Alleanza degli Stati del Sahel, l’AES), stava proprio in questi mesi cercando di cementare la propria integrazione, lanciando un passaporto biometrico comune e gettando le basi per una forza militare unificata che sostituisse il fallimentare G5 Sahel. La strategia di Goita, fino alla fine del 2025 (quando ne ha detenuto la presidenza), puntava a mostrare un blocco sovrano e autosufficiente, capace di fare a meno dell’Occidente grazie alle risorse minerarie e ai mercenari russi. Ma la caduta di Kidal dimostra che, senza un vero controllo del territorio, quelle sigle e quei passaporti rischiano di restare solo carta straccia. Il Mali vacilla non solo militarmente, ma politicamente: la morte di Camara e la latitanza di Goita hanno aperto una voragine nel vertice dello Stato, proprio mentre i ribelli avanzano minacciando di raggiungere Gao e di spingere la giunta al collasso finale.




