Mali, l’assedio alla capitale e le crepe dell’alleanza con Mosca: i jihadisti stringono Bamako
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Redazione Esteri
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I colpi d’arma da fuoco echeggiati nei giorni scorsi non appartengono più soltanto alla periferia instabile del Nord, lontana dagli occhi del mondo, bensì hanno raggiunto il cuore politico del Paese, svelando una fragilità strutturale che la giunta guidata dal generale Assimi Goïta aveva fino a poco tempo fa cercato di dissimulare dietro la retorica della sovranità riconquistata. Bamako, una metropoli polverosa che cresce in modo disordinato sulle rive del Niger, si ritrova oggi sotto una pressione inedita: i posti di blocco istituiti dai gruppi jihadisti, in particolare da Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (Jnim), non sono semplici postazioni militari, ma un vero e proprio cappio strategico che strozza i rifornimenti e trasforma ogni via d’accesso in una potenziale linea del fronte. Si tratta, in altre parole, di un assedio psicologico prima ancora che logistico, attraverso il quale gli insorti intendono dimostrare che l’autorità del palazzo presidenziale di Koulouba finisce dove inizia l’ombra dei loro tiratori.
La nuova dottrina russa inciampa sulla polvere del Sahel
Mentre le fiamme dell’insurrezione lambiscono la capitale, a Mosca si consuma una resa dei conti silenziosa ma inesorabile riguardo l’efficacia del proprio dispositivo nel deserto. Non si parla più, ormai, del “Gruppo Wagner” di Evgenij Prigozhin – la cui figura ingombrante, eliminata fisicamente nel 2023, lascia ancora strascichi di rimpianto tra i mercenari –, ma dell’Africa Corps, la struttura paramilitare formalmente inquadrata dal ministero della Difesa russo per ereditare quelle basi e quei contratti minerari. Ebbene, questa transizione dalla “tigre di Putin” a una struttura più burocratica e meno spregiudicata mostra evidenti segni di cedimento: laddove Prigozhin costruiva reti di influenza parallele sfruttando il malcontento popolare e la protezione delle elites locali, l’Africa Corps paga oggi lo scotto di un’integrazione forzata nelle casse dello Stato russo, apparendo come un estraneo, privo di quelle relazioni profonde con le comunità che sono l’unico vero scudo contro la guerriglia. La recente perdita della città di Kidal e, soprattutto, il voltafaccia subito a Tessalit – dove l’esercito regolare e i paramilitari hanno dovuto abbandonare una “super-base” strategicamente cruciale – rappresentano la prova tangibile che l’approccio “militarizzato” non basta più a tenere insieme un territorio frammentato.
L’asse tra ribelli tuareg e qaedisti ridisegna il fronte
L’elemento che ha maggiormente destabilizzato gli equilibri militari della giunta è certamente l’alleanza contingente, ma operativa, tra il Fronte di liberazione dell’Azawad (Fla), composto prevalentemente da separatisti tuareg, e i jihadisti di Jnim. Una convergenza che, fino a pochi mesi fa, sembrava improbabile data la differente natura degli obiettivi: i primi lottano per l’indipendenza di uno Stato secolare nel Nord, i secondi per l’imposizione della legge coranica. Eppure, l’avversario comune rappresentato dalla giunta di Goïta e dal suo alleato russo ha agito da collante perfetto, trasformando una semplice tregua tattica in una macchina da guerra capace di coordinare attacchi simultanei su più fronti. La conquista della base di Tessalit, avvenuta senza nemmeno uno scontro frontale perché i difensori erano già in fuga, è il simbolo di questa nuova offensiva: i ribelli non si limitano più a colpire e scappare, ma occupano e consolidano il terreno, dimostrando che la linea del fronte è molto più vicina al centro di quanto i comunicati ufficiali vogliano far credere.
Tra embarghi stradali e sequestri di persona, la capitale trattiene il fiato
Sulla carta geografica il Mali non ha sbocchi sul mare, e la sua sopravvivenza economica dipende da sottili arterie asfaltate che tagliano la savana per raggiungere i porti del golfo di Guinea. Jnim lo sa bene, e per questo ha deciso di colpire dove duole di più: bloccando il deflusso dei camion cisterna diretti a Bamako, gli insorti hanno creato una crisi di approvvigionamento che soffoca la capitale senza bisogno di entrarvi con i carri armati. Centinaia di automezzi sono rimasti paralizzati ai posti di blocco improvvisati, mentre la popolazione subisce la carenza di carburante e il rincaro dei generi alimentari in un silenzio tombale rotto solo dalle pale degli elicotteri da attacco. A rendere ancora più cupo il clima di insicurezza, nelle ultime ore si è registrato il rapimento di un’ex figura politica, nota per le sue critiche alla gestione militare, prelevata direttamente dalla propria abitazione nella notte da uomini incappucciati: un episodio che, sebbene non chiarito nelle dinamiche, aggiunge un ulteriore tassello al mosaico di una giunta che sembra perdere progressivamente il controllo del territorio e persino della propria retroguardia.




