Sabotaggio al Turkstream, l’esplosivo “made in Usa” e l’ombra della disinformazione

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La scoperta di circa quattro chilogrammi di esplosivo, accuratamente confezionati all’interno di due zaini neri e dotati di relativi detonatori, ha riacceso la tensione lungo il tracciato del gasdotto Turkstream. È stato nella municipalità serba di Kanjiža, a ridosso del confine con l’Ungheria e a poche centinaia di metri da un’infrastruttura considerata critica per l’approvvigionamento energetico di Budapest, che le autorità hanno rinvenuto l’ordigno; un ritrovamento subito comunicato dal presidente serbo Aleksandar Vučić all’omologo ungherese Viktor Orbán, il quale non ha esitato a parlare di un attentato sventato.

L’accusa senza prove e il nodo della provenienza dell’esplosivo

Nonostante il premier magiaro abbia ammesso di non avere “tra le mani i fatti in grado di provarlo”, la sua accusa nei confronti di Kiev è apparsa immediata e senza mezzi termini: “Loro sono capaci di farlo e sono anche disposti a farlo”, ha dichiaro Orbán, alimentando ulteriormente le frizioni tra Budapest e l’Ucraina. Tuttavia, le indagini condotte sul campo dalla intelligence serba sembrano dipingere un quadro molto più articolato e lontano da queste attribuzioni di responsabilità. Il capo dell’Agenzia di Sicurezza Militare (Vba) di Belgrado, intervenendo per fare chiarezza, ha infatti smentito in modo categorico qualsiasi coinvolgimento ucraino in questa vicenda, definendo quelle circolanti come mere “disinformazioni”.

La posizione di Belgrado e il veto dell’intelligence

A gettare ulteriore benzina sul fuoco delle speculazioni – le quali, va detto, trovano terreno fertile a una settimana esatta dalle elezioni ungheresi – ci ha pensato proprio il massimo rappresentante dell’intelligence serba, Đuro Jovanić. Nel dettaglio, Jovanić ha rivelato che le marcature impresse sui dispositivi esplosivi rinvenuti indicano chiaramente una fabbricazione negli Stati Uniti; un dettaglio, questo, che complica notevolmente la narrazione sostenuta da Orbán. “Il fatto che qualcuno sia il produttore dell’esplosivo non significa che sia anche colui che ha ordinato o eseguito l’azione”, ha precisato il capo del Vba, sottolineando come le indagini siano ancora in una fase preliminare e come gli inquirenti serbi stiano seguendo una pista ben precisa che porta verso un “migrante” appartenente a un gruppo specifico, che avrebbe anche ricevuto un addestramento militare.

Tra Mosca e la campagna elettorale: il rebus della “false flag”

Mentre a Belgrado si procede con le verifiche tecniche e la caccia al sospettato – la cui cattura, assicurano gli investigatori, è solo una questione di tempo –, la dimensione geopolitica della vicenda si è immediatamente intrecciata con quella propagandistica. Da una parte il Cremlino, attraverso il portavoce Dmitry Peskov, ha fatto sapere di ritenere “molto probabile” l’impronta ucraina nel tentativo di sabotaggio, allineandosi di fatto alla linea di Budapest. Dall’altra, il ministero degli Esteri ucraino ha respinto al mittente qualsiasi addebito, ipotizzando che si tratti di una “operazione russa sotto falsa bandiera” orchestrata per interferire pesantemente nel voto del 12 aprile. In questo incrocio di smentite e accuse reciproche, la scoperta della provenienza statunitense degli esplosivi rimane al momento l’unico dato oggettivo certo, in attesa che gli inquirenti serbi riescano a ricostruire l’esatta catena di comando dietro il posizionamento degli zaini.

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