Roma si è presa il Sei Nazioni, l’Italrugby è imbattuta in casa e sogna in grande
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Redazione Sport
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C’era una volta, e non poi così tanto tempo fa, l’idea che l’Olimpico fosse per le grandi del rugby europeo poco più di una comoda trasferta di metà torneo, un ostacolo buono per fare punti e magari segnare qualche bella meta. Quella narrazione, francamente, è stata spazzata via dall’edizione 2026 del Sei Nazioni. Per la prima volta nella sua storia, l’Italia esce dalla kermesse continentale senza aver mai perso tra le mura amiche, un risultato che certifica una crescita che non è più solo episodica. Il successo contro l’Inghilterra, arrivato al termine di una rimonta che ha del clamoroso – considerando i 32 precedenti tutti a favore della Rosa – è solo l’ultimo tassello di un mosaico che il ct Gonzalo Quesada sta componendo con pazienza e intelligenza tattica. Gli azzurri, sotto 10-18 e in inferiorità numerica, hanno trovato la forza di ribaltare il match con una meta di Leonardo Marin che resterà negli annali, regalando al pubblico quel che aspettava da 35 anni, ovvero dal primo incontro assoluto con gli inglesi.
A impressionare, in questo percorso di crescita, non è tanto il risultato isolato – per quanto storico – quanto la solidità mentale e fisica di un gruppo che ha imparato a non scomporsi. La differenza, rispetto alle generazioni passate, la fa la profondità della rosa, come ha sottolineato anche una bandiera come Andrea Lo Cicero: oggi ci sono quaranta giocatori in grado di competere ad alti livelli, e la concorrenza interna alza inevitabilmente l’asticella della qualità. Questa consapevolezza è il lascito più prezioso di Quesada, l’uomo che ha accettato la panchina azzurra dopo i deludenti mondiali francesi, portando con sé un bagaglio di esperienza maturato sulla panchina dello Stade Français e dei Jaguares, e che ha subito fatto breccia nel gruppo imparando l’italiano in pochi mesi, a differenza di chi lo aveva preceduto. Il suo è un approccio che potremmo definire “latino” – come lo definisce Lo Cicero – perché adatto alle caratteristiche di atleti che non potranno mai giocare come sudafricani o inglesi, ma che possono sopperire con intelligenza, fisicità e organizzazione.
E a proposito di fisicità, come non citare Tommaso Menoncello? Il centro di Treviso, classe 2002, è oramai molto più di una promessa. Già miglior giocatore del torneo nel 2024, ha messo la propria firma anche su questo incontro epocale, con una meta che ha bucato la difesa inglese come un coltello nel burro, arrivando quasi all’improvviso dopo un’azione prolungata. Quel ragazzo che papà aveva portato al rugby grazie a un volantino trovato sui muri di Paese, dopo che la sua prima esperienza calcistica era naufragata per via del fallimento del club, è oggi il simbolo di una generazione che non ha più paura di nessuno. Non è un caso che il suo nome fosse sul taccuino di mezza Europa, e non è un caso che abbia scelto di restare a Treviso, a dimostrazione che un progetto italiano solido può competere con le lusinghe straniere. La sua crescita, insieme a quella di giocatori come i fratelli Garbisi o il capitano Michele Lamaro, è il vero valore aggiunto di questa nazionale.




