Delfin, il risiko bancario e la sfida (greca) al fisco italiano

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il tentativo di scalata di Leonardo Maria Del Vecchio al vertice di Delfin – quella cassaforte di famiglia che, come un moderno Leviatano finanziario, controlla il gigante dell’occhialeria EssilorLuxottica e siede pesantemente sul capitale di Mps, Generali e Unicredit – si infrange contro il muro delle aule giudiziarie milanesi. Se in Piazza Affari ci si interroga ancora sul destino di quelle colossali partecipazioni, e sulla tenuta di Rocco Basilico nel braccio di ferro che lo oppone al fratellastro, la realtà dei fatti suggerisce che la contesa si deciderà molto più tra codici di procedura civile e clausole testamentarie che non tra le speculazioni dei mercati. La risposta su quanto a lungo Basilico possa resistere, come giustamente paventano gli addetti ai lavori, arriverà dal Tribunale di Milano, dove è già stato depositato l’atto di citazione che contesta la piena titolarità del suo 12,5%.

Il silenzio delle autorità e il vuoto normativo denunciato da Savona

Quando si verificano operazioni destinate a ridisegnare gli assetti proprietari di un colosso finanziario, la prassi giornalistica narra che le autorità accendano un faro. Questa volta, però, di fronte all’avanzata di Leonardo Maria (che mira a diventare il dominus degli eredi), l’interruttore è rimasto inspiegabilmente spento. Né Banca d’Italia, né Consob, né la Bce, né tantomeno il governo Meloni hanno premuto alcun pulsante, nonostante il riassetto in pancia a Delfin abbia un impatto diretto sulla contendibilità delle nostre principali realtà bancarie e assicurative. Un silenzio che, al di là delle apparenze, non è frutto di disinteresse ma, forse, di un’oggettiva impotenza normativa. La colpa, se vogliamo dargli un nome e un cognome, è stata attribuita a leggi inadeguate dall’ex commissario Ue e attuale presidente della Consob, Paolo Savona, il quale ha più volte sottolineato come gli attuali strumenti non riescano a intercettare le dinamiche di queste holding patrimoniali lussemburghesi.

Il paradosso fiscale: la Grecia e la flat tax da centomila euro

Ma è forse sul fronte erariale che il caso Delfin mostra il suo volto più paradossale. Se si guarda ai numeri astronomici in gioco – i 10 miliardi che Leonardo Maria è pronto a sborsare per rilevare il quarto del capitale in mano ai fratelli Paola e Luca – verrebbe naturale pensare a un’imposta di bollo o a una tassazione sulle plusvalenze capace di riempire le casse del fisco. E invece no. Stando a un documento depositato in Lussemburgo dalla stessa Delfin lo scorso giugno, scopriamo che Paola Del Vecchio ha trasferito la sua residenza nell’incantevole Costa Navarino, in Grecia. Non è una scelta di vita qualsiasi, perché l’ordinamento ellenico (grazie a quella che viene già definita la “norma CR7” in salsa mediterranea) consente ai neo-residenti facoltosi di pagare una flat tax di appena centomila euro su tutti i redditi prodotti fuori dai confini greci. Una cifra ridicola, se rapportata a una plusvalenza miliardaria, che rende la Grecia una sorta di paradiso fiscale a cielo aperto per gli eredi Del Vecchio, mentre l’Italia deve accontentarsi delle briciole. Luca, dal canto suo, si è messo al riparo a Londra, dove il regime fiscale sulle plusvalenze – nonostante le recenti riforme che hanno ridimensionato il vecchio sistema “non-dom” – resta decisamente più appetibile di quello nostrano.

I nodi giudiziari (e finanziari) del risiko bancario

Tornando al fronte milanese, il cuore della disputa tra Leonardo Maria e Rocco Basilico è una questione di poltrone e di diritto di voto. Quest’ultimo, figlio di primo letto di Nicoletta Zampillo (la vedova del fondatore), vanta una quota del 12,5% che però, secondo la tesi dell’accusa mossa dai legali di Leonardo Maria, sarebbe solo in nuda proprietà. Nel testamento di Leonardo Del Vecchio, infatti, si specifica che i diritti di voto spettano alla madre, rendendo potenzialmente nullo (o quanto meno contestabile) il trasferimento di quei poteri a Basilico. L’assemblea di Delfin ha già dato il via libera alla cessione, ma con i soli voti contrari di Claudio Del Vecchio e dello stesso Basilico, quest’ultimo deciso a votare contro anche all’aumento della distribuzione dei dividendi. Se il giudice sposerà la tesi di Leonardo Maria, l’intera governance della holding verrebbe rimessa in discussione, innescando quella che qualcuno ha già definito una “rivoluzione di palazzo”. Resta in ogni caso significativo che, nonostante i 1,5 miliardi di dividendi attesi e il probabile sro delle partecipazioni finanziarie (con tanto di risiko bancario all’orizzonte), le leggi italiane – e i confini della City di Londra – continuino a dettare legge più di quanto possa fare un’aula di tribunale a Milano.

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