Il patto su Generali nato nel 2019, per i pm Lovaglio è stato “fondamentale” per la scalata a Mediobanca
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Redazione Economia
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L’ipotesi investigativa, quella di un accordo occulto che legano a doppio filo i destini di Mediobanca e, a cascata, di Generali, non sarebbe nata con il lancio dell’offerta pubblica di scambio da parte di Monte dei Paschi di Siena, ma affonderebbe le sue radici indietro nel tempo, almeno fino al 2019. A tracciare questo scenario, davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario, è stato il procuratore capo di Milano, Marcello Viola, coadiuvato dal suo aggiunto Roberto Pellicano, nel corso di un’audizione che ha gettato luce su quelli che gli inquirenti ritengono essere i veri motori dell’operazione che ha portato alla conquista di Piazzetta Cuccia -1-2.
Secondo la ricostruzione presentata dai magistrati, Francesco Gaetano Caltagirone e la Delfin, la cassaforte della famiglia Del Vecchio guidata da Francesco Milleri, avrebbero manifestato una “volontà comune” già sei anni fa. Una volontà, questa, che si sarebbe tradotta in “condotte assolutamente parallele” finalizzate a ottenere un peso determinante, se non il vero e proprio controllo, del Leone di Trieste. In quell’anno, come hanno potuto verificare gli investigatori, si registrò un “avvicinamento strategico” tra i due poli azionisti, concretizzatosi in un progressivo e parallelo rafforzamento delle rispettive partecipazioni sia in Generali che in Mediobanca, che di Generali è da sempre il primo azionista -7. Un’azione coordinata, pur in assenza di patti formali dichiarati al mercato, che si sarebbe protratta fino al 2024, quando il fallimento di vari tentativi di incidere direttamente sulla governance della compagnia assicurativa avrebbe suggerito un cambio di passo -5.
È a questo punto, nella lettura della Procura, che si sarebbe innestato l’interesse di Mps, determinando quello che Viola ha definito un “saldarsi di interessi di vecchia data con quelli più recenti di Mps nei confronti di Mediobanca”. L’offerta pubblica di scambio lanciata dall’istituto senese non sarebbe stata quindi un’iniziativa autonoma, bensì il nuovo veicolo per conseguire l’obiettivo finale, ossia il controllo di Generali attraverso la conquista della banca d’affari che ne detiene una quota rilevante. In questo disegno, un ruolo centrale sarebbe stato giocato dall’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, descritto da Pellicano come elemento di “supporto materiale fondamentale al concerto”, un “concorrente esterno” che, pur non essendo azionista, avrebbe fornito un contributo essenziale all’operazione -2-5. Una posizione, quella del banchiere, che i suoi legali hanno subito respinto con fermezza, rivendicando la piena correttezza e legalità della sua condotta.
Il ruolo del Mef e la vendita del 15% di Rocca Salimbeni
Un capitolo a sé, nell’inchiesta che vede indagati Caltagirone, Milleri e Lovaglio per i reati di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, riguarda il comportamento del Ministero dell’Economia e delle Finanze. I pm hanno speso parole chiare nel definire “criticabile” la modalità con cui, nel novembre del 2024, il Tesoro ha ceduto un pacchetto del 15% di Mps attraverso un accelerated bookbuilding affidato a Banca Akros. Un’operazione che, secondo gli inquirenti, sarebbe stata confezionata su misura per indirizzare le azioni verso una rosa ristretta di compratori – tra cui gli stessi Delfin e Caltagirone – in quella che è apparsa come una “patente violazione” delle norme sulla trasparenza -6.
Tuttavia, alla domanda se questa condotta, pur opinabile sul piano della trasparenza e delle buone pratiche di mercato, integri gli estremi di un reato, la risposta dei magistrati è stata netta: no. “Non perseguiamo enti pubblici”, ha tenuto a sottolineare Pellicano, spiegando che la fattispecie penale contestata non punisce l’ente in quanto tale, né tanto meno “sfere di influenza” o generiche ambizioni di orientare il potere finanziario -2. Il Mef, in quanto istituzione, non è quindi indagato, e le sue azioni, pur avendo di fatto agevolato il disegno che la Procura sta contestando, non configurano un illecito penale. L’ipotesi di reato, infatti, si concentra sull’omessa dichiarazione del concerto e sulla conseguente mancata trasparenza verso il mercato e le autorità di vigilanza come Consob e Banca d’Italia, un obbligo che grava esclusivamente sui soggetti privati che agiscono di comune intesa -4.
Una strategia a scacchiera e il nodo della trasparenza
La linea d’ombra che la Procura di Milano intende squarciare è proprio quella dell’opacità. Per anni, Delfin e Caltagirone hanno investito a scacchiera, aumentando le quote in Mediobanca e Generali con un tempismo e una direzione che, per gli inquirenti, non possono essere spiegati con la semplice casualità. Si sarebbe trattato, piuttosto, di una “strategia consapevole e coordinata”, di cui nessuno tra gli osservatori finanziari, a un certo punto, avrebbe più dubitato -1-2. È questo il nucleo centrale dell’esposto presentato a suo tempo da Mediobanca alla Consob: l’esistenza di un accordo occulto dietro l’Ops di Mps, finalizzato a sovvertire gli assetti proprietari a danno di altri investitori.
L’insuccesso dei primi tentativi di influenzare le assemblee Generali, con la presentazione di liste alternative sostenute dai due soci, avrebbe quindi portato all’elaborazione di un piano più complesso e ambizioso. Un piano che, passando per il controllo di Mediobanca, avrebbe permesso di raggiungere indirettamente quell’obiettivo che l’azione diretta non aveva consentito di cogliere. Un disegno che, nella sua realizzazione, avrebbe visto l’ingresso di Mps e del suo amministratore delegato come tassello fondamentale, un “facilitatore” capace di mettere in moto la macchina operativa dell’offerta pubblica -10.
L’unità di intenti e le intercettazioni
A supporto della tesi accusatoria, vi sarebbero anche gli esiti delle intercettazioni telefoniche, che avrebbero fornito “significativi riscontri indiretti sull’esistenza di un concerto non dichiarato”. In particolare, emerge dagli atti un retroscena che coinvolgerebbe il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in un presunto tentativo di influenzare il voto di un grande azionista straniero in assemblea -6. Lovaglio, in una conversazione intercettata con Caltagirone, avrebbe riferito di un intervento del ministro tramite un sms per sollecitare un voto favorevole all’operazione Mps, lamentando poi il mancato effetto della sollecitazione. Un elemento, questo, che se da un lato conferma la fitta rete di relazioni e pressioni che ha accompagnato la scalata, dall’altro non modifica la posizione del Ministero come ente, confermando l’attenzione dei pm sulle singole condotte e sugli intrecci tra privati, piuttosto che sull’istituzione pubblica in sé. La procura, insomma, continua a seguire il filo rosso che dal 2019 lega i due maggiori azionisti privati italiani, un filo che oggi, con l’operazione Mps, avrebbe trovato il suo punto di sutura definitivo.




