Landini a Marghera: “Basta propaganda, il decreto lavoro non dà un euro nelle tasche dei lavoratori”
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Redazione Interno
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È un primo maggio di fuoco quello che si consuma a Marghera, dove il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, sceglie la piazza della Festa dei lavoratori per lanciare un attacco frontale al governo, a pochi giorni dall’approvazione del decreto lavoro. “Questo è il governo che parla di salario giusto e poi non aumenta i salari ai suoi dipendenti”, tuona il sindacalista dal palco, aggiungendo che si tratterebbe di un esecutivo che, ben lungi dal ridurre la precarietà, favorirebbe la fuga all’estero dei giovani. “È il momento di dire basta propaganda e di provare a risolvere i problemi che fino a ora non ha risolto”, incalza Landini, rivendicando la necessità di misure concrete laddove, a suo dire, finora ne sono state viste poche. La critica più dura, però, riguarda proprio il provvedimento varato il 30 aprile: “Se uno fa un decreto il primo maggio, consentitemi la franchezza, io vorrei che davvero qualcosa di quel decreto tornasse anche a chi lavora”. La sfida, lanciata a reti unificate, sembra essere quella di trovare un beneficio diretto per le buste paga, un ritorno economico che Landini fatica a riconoscere nel testo normativo.
L’attacco al decreto: “Soldi solo alle imprese, la follia dei contratti pirata”
Secondo il leader della Cgil, il provvedimento varato dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, rappresenta l’ennesima occasione mancata per ridare ossigeno ai redditi. “Banalmente sfido chiunque: da quel decreto lunedì arriva un euro ai lavoratori e alle lavoratrici di questo paese? No!”, esclama, sottolineando come i fondi stanziati, che Landini quantifica in 960 milioni di euro, finirebbero per intero nelle casse delle aziende. Non si tratta solo di una questione di distribuzione delle risorse, avverte, ma di un approccio ideologico sbagliato. “Si è dimostrato negli anni che incentivare le assunzioni non è detto che crei lavoro”, spiega, demolendo quella che considera una formula sterile, perché un’impresa assume se ha bisogno di produrre, non solo perché riceve uno sgravio. Il sindacalista non lesina critiche neppure sul fronte della legalità contrattuale; il decreto, sostiene, non cancella i “contratti pirata”, quelli che permettono di pagare i dipendenti meno del dovuto aggirando la contrattazione nazionale. “Non può essere che ognuno scelga quale contratto gli conviene utilizzare. Questa è una follia”, commenta, rivendicando la necessità di una legge che renda i contratti seri vincolanti per tutti.
La risposta del governo e il quadro Istat: la fotografia di un mercato del lavoro complesso
La premier, dal canto suo, ha rivendicato la bontà delle misure adottate parlando, come spesso avvenuto negli ultimi anni, di un aumento dell’occupazione pari a un milione e duecento mila unità e di un record storico per quanto riguarda le lavoratrici donne. Tuttavia, mentre il braccio di ferro verbale si infiammava sulle rive del Polo petrolchimico, i dati diffusi dall’Istat hanno fornito un contrappunto agghiacciante alle celebrazioni. L’istituto di statistica ha infatti registrato, nell’ultimo anno, una flessione di 30mila occupati, accompagnata da un inquietante balzo degli inattivi – coloro cioè che non hanno un impiego e nemmeno lo cercano – cresciuti di 351mila unità. Una fotografia, quest’ultima, che sembra dare ragione a Landini quando parla di rassegnazione e di giovani che gettano la spugna o che, molto più semplicemente, cercano fortuna oltreconfine, lontano da un mercato del lavoro che fatica ad assorbire la forza lavoro qualificata.
I dettagli del decreto e la battaglia sulla rappresentanza
Il provvedimento contestato, approvato ufficialmente nella seduta del Consiglio dei Ministri dello scorso 28 aprile, interviene su diversi fronti: dal c.d. “salario giusto” agli incentivi per l’assunzione di giovani under 35 e donne svantaggiate, fino al contrasto del “caporalato digitale” tramite sistemi di identificazione come Spid e Cie. Una cornice normativa che il governo difende sottolineando lo stanziamento di circa 934 milioni di euro, e che si concentra sulla decontribuzione per favorire la stabilizzazione dei contratti a termine. Per Landini, però, queste misure non toccano il nocciolo del problema, che resta quello di una pressione fiscale schiacciante su chi è già dentro il sistema. “Il problema è aumentare sostanzialmente i salari”, ribadisce, e per farlo rilancia la necessità di un accordo sulla rappresentanza che dia diritto ai lavoratori di votare i propri delegati e i contratti, misurando la forza dei sindacati non sugli slogan ma sugli iscritti e sui voti. Solo così, conclude il segretario generale della Cgil, si potranno mettere fuori legge i contratti pirata e restituire dignità a chi, il primo maggio, avrebbe avuto bisogno di un aumento in busta paga, non di una promessa.




