Decreto lavoro 2026, il “salario giusto” divide Confesercenti e Cgil tra incentivi alle imprese e lotta al dumping contrattuale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’approvazione del decreto-legge sul lavoro da parte del Consiglio dei Ministri, avvenuta il 28 aprile, ha immediatamente acceso il dibattito tra le parti sociali, seppur con toni e prospettive diametralmente opposte. Se da un lato il presidente di Confesercenti, Nico Gronchi, esprime un giudizio decisamente positivo – concentrandosi in particolare sull’introduzione del principio del “giusto salario” come argine al dumping contrattuale – dall’altro il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, bolla il provvedimento come un’occasione mancata, sostenendo che le risorse (circa 934-960 milioni di euro, a seconda delle stime) finiscano interamente nelle casse delle aziende senza tradursi in un aumento diretto delle retribuzioni per i dipendenti.

Il plauso di Confesercenti al “giusto salario” contro i contratti pirata

Gronchi, raccogliendo il senso del provvedimento varato dall’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, sottolinea come per la prima volta si tenti di ancorare i benefici normativi ai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Una scelta, questa, che mira a colpire duramente quel fenomeno della concorrenza sleale – alimentato dai cosiddetti “contratti pirata” – che, come ricorda lo stesso presidente di Confesercenti, sottrae al solo settore del terziario e del turismo circa 1,5 miliardi di euro l’anno. “Se si vuole davvero vincere la sfida del lavoro di qualità – ha dichiarato Gronchi – questo è un passo importante che va nella direzione giusta”. L’introduzione del “salario giusto”, in quest’ottica, non è solo un principio etico, ma uno strumento selettivo: le agevolazioni (come gli sgravi contributivi per l’assunzione di giovani e donne) sono riservate esclusivamente a quelle imprese virtuose che rispettano determinati standard retributivi, lasciando fuori dal perimetro degli aiuti pubblici chi pratica il dumping. Tuttavia, lo stesso Gronchi lancia un monito implicito al governo, lamentando che ancora una volta restano esclusi dalle misure i lavoratori autonomi e i piccoli imprenditori, quasi a voler ricordare che la fotografia del mercato del lavoro non si esaurisce con il lavoro dipendente.

La replica durissima di Landini e il nodo della fiscal drag

Se Gronchi guarda alla direzione di marcia impressa dal decreto, Landini ne contesta invece la sostanza economica, definendolo un “decreto del Primo maggio” che celebra la festa dei lavoratori senza però metterci un euro direttamente nelle loro tasche. Secondo il leader della Cgil – ospite di Giovanni Floris a Di Martedì su La7 – l’impianto del provvedimento è viziato alla radice da un equivoco di fondo: l’idea che incentivare le imprese all’assunzione generi automaticamente benessere. “Un’azienda assume se ha bisogno di lavorare, non perché lo Stato le regala soldi” ha tuonato Landini, rivendicando che il vero problema resta quello della bassa produttività e dei salari reali che continuano a perdere potere d’acquisto, anche a causa del fiscal drag. Landini porta un esempio concreto in tal senso: un reddito lordo di 35mila euro, nel 2026, si troverà a pagare circa 1.500 euro di tasse in più a meno di un tempestivo intervento di correzione degli scaglioni, una misura che l’esecutivo avrebbe invece omesso. Da qui la critica aspra secondo cui il governo si ricorderebbe dei lavoratori solo il 1° maggio per poi “tartassarli” per i restanti 364 giorni dell’anno, come aveva già anticipato nei giorni precedenti l’approvazione del testo.

Le misure principali: incentivi, caporalato digitale e conciliazione

Nel merito tecnico, il decreto 2026 – che mobilita risorse finanziarie importanti – si articola su tre pilastri fondamentali. Il primo riguarda il potenziamento degli incentivi all’occupazione, con un occhio di riguardo alla stabilizzazione dei giovani under 35 e all’inserimento lavorativo delle donne, specialmente quelle residenti nel Mezzogiorno, avvantaggiate da un limitrofo più elevato nell’ambito della Zona economica speciale (Zes). Il secondo pilastro, forse il più innovativo sul piano regolatorio, è la stretta sul “caporalato digitale”: una misura che affronta lo sfruttamento lavorativo nel mondo delle piattaforme digitali. Per la prima volta si introduce l’obbligo di verifica dell’identità digitale tramite Spid o Cie per accedere agli account – impedendo di fatto il “noleggio” delle credenziali – e si sancisce il diritto alla trasparenza algoritmica, consentendo al lavoratore di conoscere i criteri di assegnazione dei compiti e dei compensi. Infine, sebbene siano state accantonate alcune ipotesi iniziali sul lavoro domestico, restano in campo le misure per favorire la conciliazione vita-lavoro e la proroga di alcuni ammortizzatori sociali, elementi questi che la premier Meloni ha definito come un “ulteriore tassello” di una strategia iniziata con la legislatura, rivendicando il dato Istat dei 1,2 milioni di occupati in più e dei 550mila precari in meno rispetto all’inizio del mandato.

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