Nel decreto Pnrr rispunta la norma a tutela dei datori di lavoro sul salario

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La questione del lavoro sottopagato, un tema di cronaca giudiziaria che affiora periodicamente nelle aule dei tribunali con sentenze a favore dei dipendenti, torna al centro del dibattito politico attraverso un provvedimento legislativo che, pur non essendo di natura finanziaria, suscita aspre critiche. Il governo, infatti, ha inserito nel decreto legge dedicato al Piano nazionale di ripresa e resilienza una disposizione che, secondo i detrattori, intende limitare di molto le possibilità per i lavoratori di recuperare le somme non corrisposte in passato, laddove un magistrato accerti una violazione dell'articolo 36 della Costituzione. Una mossa, questa, che segue due precedenti tentativi analoghi falliti nel corso dell'ultimo anno, prima con un emendamento al decreto Ilva e poi in sede di manovra economica, e che ora riappare in un testo normativo destinato alla cabina di regia del Consiglio dei ministri.

Il meccanismo dello scudo retroattivo

Il cuore della controversia risiede in un meccanismo che, operando una netta distinzione temporale, esclude il pagamento delle differenze retributive e contributive per il periodo antecedente alla presentazione formale del ricorso giudiziale da parte del dipendente. Tale esclusione scatterebbe – stando alla bozza – nel caso in cui il rapporto di lavoro sia stato regolato da un contratto collettivo considerato "leader" nel proprio settore, oppure da un accordo equiparabile sotto il profilo della diffusione e rappresentatività. Il principio, che di fatto introdurrebbe una sorta di salvacondotto per le condotte pregresse, è stato giudicato di natura ordinamentale e perciò inadatto a trovar posto in provvedimenti legati alla finanza pubblica, come accadde con il maxiemendamento alla legge di Bilancio, la cui espunzione fu sollecitata anche dal Quirinale.

Le reazioni immediate del mondo del lavoro

La riproposizione della misura, che alcuni definiscono senza mezzi termini una "sanatoria", ha immediatamente scatenato le vive proteste delle organizzazioni sindacali e delle forze politiche di opposizione, le quali ne denunciano con forza il carattere palesemente incostituzionale. La critica principale si concentra sull'effetto di azzeramento della tutela economica per i periodi di lavoro già svolto e non adeguatamente compensato, il che andrebbe a minare uno dei cardini della Carta fondamentale, quello che garantisce una retribuzione proporzionata e sufficiente. Le parti sociali, dal canto loro, vedono in questo articolo un indebolimento della contrattazione collettiva e un pericoloso segnale di arretramento sul fronte dei diritti acquisiti, temendo che possa costituire un incentivo pericoloso per condotte illecite già diffuse in alcuni segmenti del mercato del lavoro.

Il contesto normativo e le prospettive

La scelta di calare questa disposizione all'interno di un decreto legge sul Pnrr, strumento normativo che di norma affronta tematiche ben diverse legate agli investimenti e alle riforme, appare a molti osservatori come un escamotage per superare gli ostacoli incontrati nei percorsi legislativi ordinari. Un tentativo, per usare un'espressione colloquiale, di far rientrare dalla finestra ciò che non era potuto entrare dalla porta, sfruttando la decretazione d'urgenza e l'agenda fitta dei lavori parlamentari. La materia, del resto, tocca da vicino gli equilibri tra imprese e forza lavoro in un momento economico delicato, sollevando interrogativi non solo di legittimità ma anche di opportunità politica, mentre l'esecutivo deve gestire il complesso rapporto con Bruxelles sugli obiettivi del Recovery fund. La vicenda giudiziaria che ha visto, in diverse regioni, gruppi di lavoratori ottenere ragione in tribunale per retribuzioni al di sotto dei minimi contrattuali, costituisce lo sfondo concreto sul quale si proietta l'ombra di questa nuova iniziativa governativa.

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