Genova saluta gli alpini, in 90mila per la sfilata conclusiva
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
L’onda bianca delle penne nere ha travolto Genova, regalando alla città un’immersione collettiva in un rituale che mescola memoria, orgoglio e quel particolare senso di appartenenza che solo le truppe alpine sanno incarnare. Nell’ultima giornata della 97ma Adunata Nazionale, sono stati circa novantamila gli alpini – un numero che, sommandosi ai familiari e ai semplici curiosi, ha portato la folla ben oltre le previsioni – a sfilare compatti lungo il percorso che ha concluso tre giorni di iniziative, bandiere e silenzi carichi di significato.
La macchina organizzativa, messa a dura prova da un afflusso che ha letteralmente saturato piazze e vicoli del centro storico, ha retto grazie a un dispositivo di sicurezza che ha visto in campo centinaia di volontari e forze dell’ordine. I genovesi, dal canto loro, hanno risposto con un calore autentico: applausi scroscianti, cori spontanei e quell’abitudine mediterranea a trasformare ogni grande raduno in una festa di strada senza eccessi, nonostante la cronaca abbia registrato inevitabili disagi alla circolazione. D’altronde, come ha ricordato la sindaca Silvia Salis, si è trattato di «giorni di gioia in clima di amicizia», una sfida che la città si è trovata pronta a vincere, accogliendo migliaia di penne nere con occhi aperti e mani tese.
Il presidente della Camera tra i reparti e una confessione sul ’81
Uno dei momenti più attesi è coinciso con l’arrivo del presidente della Camera dei deputati Lorenzo Fontana, ricevuto dalla prima cittadina e da un picchetto d’onore che ha reso gli onori secondo il cerimoniale militare. Dopo aver passato in rassegna i reparti schierati – un gesto che richiama alla mente decine di adunate passate – Fontana si è fermato a lungo a colloquio con Sebastiano Favero, presidente nazionale dell’Associazione Nazionale Alpini. Proprio a Favero, tra una stretta di mano e l’altra, il numero tre dello Stato ha confidato un dettaglio personale non privo di fascino: i suoi primi passi da bambino, ha raccontato, li ha mossi proprio durante un’Adunata, quella del 1981. Un legame che trasforma il dovere politico in ricordo familiare, e che ha contribuito a stemperare la rigidità delle istituzioni davanti a decine di migliaia di uomini e donne in divisa.
Il racconto di Favero e il calore della gente di mare
«Un grande bel bilancio – ha dichiarato Favero ai cronisti presenti, con il rumore degli zoccoli e delle fanfare sullo sfondo – non a caso è la sesta volta che veniamo a Genova, un ambiente che ci è familiare». Il riferimento, carico di sottintesi, rimanda a una consuetudine consolidata: città di mare, porto, traffici e emigrazione, Genova ha negli alpini uno specchio di quel carattere schivo ma fedele che piace tanto a chi la frequenta. «La gran parte della gente di Genova – ha insistito Favero – ci è vicina», una frase che suona quasi come un atto di fiducia reciproca tra due mondi, quello montanaro e quello ligure, spesso accomunati da una certa idea di resistenza silenziosa. L’abbraccio si è materializzato in una marea umana che ha riempito i marciapiedi, i balconi e persino i terrazzi dei palazzi cinquecenteschi, da Caricamento a piazza della Vittoria.
La sfida vinta da una città che si conferma accogliente
Per la sindaca Salis, che non ha nascosto la soddisfazione per un evento di tale portata organizzativa, l’Adunata ha rappresentato molto più di un semplice raduno di reduci e appassionati. «Le penne nere hanno portato in città la loro storia, il loro entusiasmo – ha detto – il loro senso di solidarietà e la voglia di vivere questa adunata in un clima di amicizia». Nessuna retorica trionfalistica, ma la constatazione di un fatto: Genova, dopo mesi di apprensioni legate alla logistica, ha superato l’esame a pieni voti. Resta il dato dei novantamila sfilanti, una cifra che racconta meglio di qualsiasi commento la capacità degli alpini di trasformare un’adunanza in un fenomeno sociale. E mentre l’ultimo corteo si dissolveva tra via XX Settembre e il mare, rimaneva nell’aria il suono di quel “passo perduto” che solo chi ha fatto la montagna sa riconoscere.




