Energia, il ritorno dell’austerity: smart working e voli tagliati nell’Europa che riscopre il razionamento

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Sembrava un ricordo sepolto sotto strati di ripresa e debito pubblico, e invece no: l’austerity, parola che molti millenni avevano imparato a odiare sui libri di storia accanto alla crisi petrolifera del ’73, sta facendo un ritorno silenzioso ma inesorabile. A riportarla in auge, paradossalmente, non è una pandemia ma una guerra – quella in Medio Oriente – che tiene in scacco lo Stretto di Hormuz, punto di transito di un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto scambiati a livello globale. Il blocco, causato dagli scontri tra Stati Uniti, Israele e Iran, ha letteralmente scassato il mercato degli idrocarburi; e quel fragile equilibrio tra offerta e domanda di barili, su cui si reggeva l’economia mondiale, ora è solo un ricordo.

In Europa, però, c’è chi questo ricordo lo coltiva con zelo. Nostalgici dei lockdown e dell’austerity – figure che fino a ieri sembravano confinate ai margini del dibattito – tornano alla carica proponendo misure che rimandano dritto al 2020: smart working obbligatorio, metropolitane per tutti (ma a orari ridotti), voli tagliati, persino il razionamento dei carburanti. Senza che avessimo il tempo di renderci conto, insomma, ci ritroviamo al punto di partenza di una gestione emergenziale che molti davano per superata.

L’allarmismo energetico non è solo una suggestione mediatica. Il commissario europeo Dan Jorgensen ha ammesso che, sebbene nell’Unione Europea non si registrino carenze immediate di approvvigionamento di petrolio e gas, la situazione è «molto grave». Una dichiarazione misurata, certo, ma che apre la porta a scenari finora impronunciabili. E mentre a Rotterdam, il 9 aprile, è arrivato l’ultimo carico di cherosene per aerei – un dettaglio che molti hanno letto come un segnale inequivocabile – in Asia il presente è già più duro. Sul Nikkei si parla di misure che ricordano i lockdown dell’era Covid: coprifuoco, limitazioni agli spostamenti, chiusure selettive. Il continente asiatico, infatti, è il primo a subire il blocco di Hormuz, perché da lì passano le rotte del greggio diretto a Tokyo, Seul e Shanghai. L’Europa arriva dopo, ma arriva.

Smart working e metro per tutti: il decalogo della rinuncia

Tra le proposte che circolano nei palazzi di Bruxelles – e che alcuni governi nazionali hanno già iniziato a testare – spicca il ritorno al lavoro da remoto su larga scala. Non più una misura volontaria, ma un obbligo per tutti i settori non essenziali, con l’obiettivo dichiarato di ridurre gli spostamenti e quindi il consumo di carburante. Accanto a ciò, si parla di potenziare il trasporto pubblico locale – «metro per tutti» è lo slogan che ricompare – ma con un paradosso: orari ridotti e corse contingentate, per evitare assembramenti e sprechi. Una sorta di austerity della mobilità, insomma, che i nostalgici di quella stagione giustificano con la necessità di «sacrifici equamente distribuiti».

E poi ci sono i voli. Tagliare le tratte aeree interne ed europee è una delle ipotesi più concrete, tanto che alcune compagnie low cost hanno già ricevuto richieste informali di ridurre del trenta per cento le frequenze. Nessuna decisione ufficiale, ma l’aria – se si passa il gioco di parole – è quella dei grandi razionamenti. Trump, tornato presidente degli Stati Uniti, non ha certo nascosto la linea: «Tutte le opzioni sono sul tavolo, incluse quelle più drastiche», ha detto nei giorni scorsi, mettendo pressione sugli alleati europei affinché seguano l’esempio americano di riduzione della domanda interna di idrocarburi.

Dallo Stretto di Hormuz alle periferie italiane: un dossier che si allarga

La crisi non è solo una questione di barili e di prezzi. Ha ricadute politiche, sociali, persino giudiziarie. Da Saint Denis a Quarto Oggiaro, un dossier sull’avanzata dell’Islam nelle periferie europee è stato recentemente al centro di un’inchiesta – di cui però non si conoscono ancora tutti i dettagli – che incrocia flussi migratori, tensioni sociali e povertà energetica. Perché quando il carburante scarseggia, e i mezzi pubblici viaggiano a singhiozzo, sono proprio i quartieri più disagiati a pagare il prezzo più alto. E spesso, in quelle stesse aree, emergono reti di assistenza parallele, a volte gestite da realtà religiose o associative che lo Stato fatica a controllare.

Non a caso, in un’intervista andata in onda su Rete4 – il nuovo programma dedicato a politica, economia e cronaca – Giuseppe Conte ha analizzato l’attualità internazionale con un passaggio secco: «Chi decide le guerre sarà chiamato a risponderne davanti a Dio». Una frase che, al di là del suo peso specifico teologico, fotografa un sentire diffuso: l’idea che il conflitto in Medio Oriente, e l’austerity che ne consegue, non siano un destino inevitabile, ma una scelta politica. Una scelta di cui, prima o poi, qualcuno dovrà rendere conto.

Austerity e guerra: il binomio difficile che diventa realtà

Energia e austerity, lo avevamo scritto, sono un binomio difficile da conciliare. Eppure, nelle ultime ore, i loro percorsi si sono intersecati in modo preoccupante. Non c’è più tempo per i distinguo: l’Europa affronta la crisi petrolifera come non accadeva da cinquant’anni, e lo fa con gli stessi strumenti di allora – razionamento, contingentamento, riduzione forzata dei consumi – solo aggiornati al ventunesimo secolo. I nostalgici di lockdown e austerity hanno insomma avuto la loro rivincita, anche se nessuno, a ben vedere, l’aveva chiesta.

Il punto è che la guerra in Iran – o meglio, quella che molti chiamano ormai la guerra di Hormuz – non colpisce più l’Asia e meno l’Europa, ma colpisce prima l’Asia e solo dopo l’Europa. Una differenza sottile, che però spiega perché a Rotterdam si contano gli ultimi carichi di cherosene mentre a Shanghai le fabbriche hanno già dimezzato i turni. E spiega anche perché, da Bruxelles, si guardi con crescente ansia a ciò che accade nello Stretto: il blocco di quel passaggio, se dovesse protrarsi, farebbe crollare non solo il mercato degli idrocarburi, ma l’intero impianto logistico su cui si regge la nostra vita quotidiana. Compresa quella, va detto, di chi l’austerity l’aveva rimossa nei cassetti della memoria.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.