L’austerity dei carburanti e la paura di una crisi lunga: l’Europa si prepara al peggio
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Redazione Interno
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“Meglio essere preparati che pentirsi”. Con questa frase, che suona quasi come un monito laico più che come una semplice dichiarazione di intenti, il commissario europeo all’Energia Dan Jorgensen ha messo nero su bianco quello che molti governi, da Bruxelles a Tokyo, preferirebbero non pronunciare ad alta voce: l’Europa deve fare i conti con l’ipotesi di un razionamento dei carburanti. E non si tratta, stando alle parole riportate dal Financial Times, di uno scenario remoto o catastrofista, bensì di una possibilità concreta che l’esecutivo comunitario sta valutando “in tutte le sue forme”, compreso il ricorso a ulteriori riserve strategiche di petrolio. Jorgensen, che ha voluto precisare come al momento non si registrino carenze immediate nell’approvvigionamento di gas e greggio, ha però aggiunto un dettaglio non secondario: la situazione è “molto grave” e gli effetti del conflitto in corso – il cui epicentro, almeno dal punto di vista logistico, sembra essere lo Stretto di Hormutz – rischiano di essere “strutturali e di lunga durata”.
La guerra che viene da lontano (e che ferma il cherosene)
Il 9 aprile, a Rotterdam, è arrivato l’ultimo carico di cherosene destinato agli aerei. Una data che, per chi opera nel settore della logistica dei trasporti, ha il sapore amaro di uno spartiacque. Perché se è vero che l’Unione europea non è ancora formalmente in una “crisi di sicurezza dell’approvvigionamento”, è altrettanto vero – e Jorgensen non lo nasconde – che lo Stretto di Hormutz è diventato il vero e proprio campo di battaglia economico di una guerra che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran. E qui, va ricordato, Donald Trump siede di nuovo alla Casa Bianca; la sua amministrazione, da gennaio, ha radicalmente inasprito le sanzioni sul greggio iraniano, contribuendo a quel clima di tensione che oggi spinge Bruxelles a parlare apertamente di austerity. Non più solo un termine da manuale di storia – quello della crisi petrolifera del 1973 – ma una parola destinata a entrare prepotentemente nel vocabolario quotidiano delle generazioni più giovani, così come accaduto con “pandemia” prima e con “guerra” poi.
Dai lockdown asiatici al dossier sull’Islam che avanza
E mentre l’Europa si interroga su come gestire il razionamento, l’Asia – stando a quanto si legge sul *Nikkei* – ha già iniziato a riadottare misure che ricordano i lockdown dell’era Covid: limitazioni agli spostamenti, contingentamento dei rifornimenti, persino turnazioni forzate per l’uso dei mezzi privati. Un quadro, questo, che non riguarda solo la logistica ma che si intreccia inevitabilmente con le dinamiche sociali interne ai singoli Paesi. E così, da Saint-Denis a Quarto Oggiaro, un dossier sull’avanzata dell’Islam viene passato al vaglio delle prefetture, quasi a voler cercare un nesso – a volte implicito, altre meno – tra la tensione internazionale e il clima di insicurezza percepita nei quartieri popolari. Un’analisi che non cede alla generalizzazione, ma che si limita a registrare un dato: la paura del “prossimo” cresce quando le risorse calano.
L’intervista a Conte e il programma di Rete 4
Di tutto questo si parlerà nel nuovo programma di Rete 4, spazio dedicato a politica, economia e ai principali casi di cronaca (anche nera, trattati con il consueto rigore che evita dettagli espliciti per concentrarsi sugli sviluppi giudiziari). Nel corso della prima puntata, andrà in onda un’intervista a Giuseppe Conte, il quale – analizzando l’attualità politica ed economica – ha offerto la sua lettura dello scenario internazionale senza però sbilanciarsi su ipotetiche soluzioni. Un approccio, quello del programma, che sembra voler evitare la retorica dell’allarme fine a se stesso per concentrarsi, piuttosto, sui fatti. E i fatti, oggi, parlano di un’Europa che si prepara a stringere la cinghia: il razionamento dei carburanti non è più un tabù, le riserve strategiche potrebbero essere svuotate ulteriormente, e ogni paese membro è chiamato a mettere in campo piani di austerity senza attendere che il barile arrivi a costare cifre proibitive. Perché, come ha ricordato Jorgensen, l’errore più grande sarebbe quello di non prepararsi per tempo, salvo poi pentirsi quando – e non se – la morsa si farà sentire.




