L’economia di guerra, dal petrolio all’AI, riporta il mondo all’austerity degli anni Settanta

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La parola d’ordine, in queste prime settimane di conflitto allargato in Medio Oriente, è tornata a essere “economizzare”, un verbo che sa di nostalgia per un’epoca – gli anni Settanta – segnata da file ai distributori e da bollette che divoravano il bilancio familiare. L’aumento dei prezzi di petrolio e gas, conseguenza diretta delle operazioni militari statunitensi e israeliane contro l’Iran e dell’effettiva chiusura dello Stretto di Hormuz, sta infatti costringendo governi e cittadini a rivedere le proprie priorità di consumo, in un clima che l’Agenzia Internazionale per l’Energia descrive come un ritorno a quelle politiche di austerità che segnarono i decenni scorsi. Il parallelismo non è solo retorico: i consigli diffusi dall’ente – ridurre gli spostamenti non essenziali, abbassare i termostati, ottimizzare l’uso degli elettrodomestici – ricalcano fedelmente i vademecum diffusi durante le crisi petrolifere del secolo scorso.

La tensione, però, non si esaurisce nei timori per le forniture di greggio, che pure tengono banco sulle prime pagine di tutto il mondo. C’è chi, dalle gloriose colonne del Financial Times, invita a guardare con altrettanta preoccupazione a un settore apparentemente più virtuale ma altrettanto strategico: quello dell’intelligenza artificiale. La filiera dei data center, cuore pulsante della rivoluzione tecnologica in corso, dipende infatti da un intricato sistema di materie prime che – sebbene diverse dal greggio – transitano comunque, in tempi normali, attraverso le acque insidiose di Hormuz. La paura, ora, rischia di fermare la macchina miliardaria di quegli investimenti che avevano alimentato la bolla dell’AI, con conseguenze potenzialmente di vasta portata.

I guai, del resto, non sono solo mediorientali. Mentre gli analisti si concentrano sulle oscillazioni del Brent, un’attenzione crescente è rivolta alla Corea del Sud e ad altre economie asiatiche fortemente dipendenti dagli approvvigionamenti energetici e dalle materie prime critiche che passano dal Golfo Persico. La chiusura di fatto dello Stretto sta mettendo in ginocchio settori ad alta intensità energetica, ma anche comparti insospettabili come quello dei semiconduttori, dove aziende come Samsung e SK Hynix – colossi mondiali nella produzione di chip per memoria – hanno visto volatilizzarsi in poche sedute di borsa centinaia di miliardi di dollari di capitalizzazione. Il problema, insomma, non è solo il prezzo del pieno all’auto, ma la tenuta stessa di una filiera tecnologica globale già provata da tensioni geopolitiche preesistenti.

L’Europa nella morsa di Hormuz tra inflazione e tassi d’interesse

Se l’Asia è il fronte più esposto al rischio di interruzione fisica dei flussi commerciali, l’Europa rischia di essere il continente in cui l’impatto economico del conflitto si farà sentire con maggiore intensità sul lungo periodo. La guerra contro l’Iran, scatenata dall’alleanza tra Stati Uniti e Israele, va infatti ben oltre le conseguenze di carattere geopolitico: essa rischia di impattare direttamente – e in molti casi questo sta già accadendo, come dimostra l’aumento vertiginoso delle bollette – sul portafoglio dei cittadini. Gli effetti sui prezzi dei beni al consumo, spiegano molti analisti, potranno essere più o meno intensi e prolungati a seconda della durata delle ostilità, ma interesseranno giocoforza tutti i Paesi del Vecchio continente, dalla Francia alla Germania, passando per l’Italia.

Proprio in questo contesto di incertezza, l’agenda economica della prossima settimana sarà dominata dall’evoluzione della situazione mediorientale. Nonostante l’apertura di Donald Trump – che ha fatto sapere di essere favorevole a una “riduzione graduale” delle operazioni militari, motivata dal parziale raggiungimento degli obiettivi strategici – il rifiuto della Casa Bianca di concedere un cessate il fuoco immediato mantiene alta la tensione sullo Stretto di Hormuz. Per l’Italia, in particolare, si tratta di giorni decisivi in attesa della “pagella” di Moody’s: l’agenzia di rating valuterà la solidità del debito pubblico in un clima di mercati finanziari resi nervosi proprio dall’escalation bellica, un fattore che potrebbe influenzare negativamente le previsioni di crescita già fragili del Paese.

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