Borse di oggi 3 marzo, l'Europa affonda con la guerra e Milano perde oltre il 4% mentre petrolio e gas volano

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   La terza seduta di marzo si è trasformata in un bagno di sangue per i listini del Vecchio continente, travolti dall’escalation militare in Medio Oriente e dal timore, tutt’altro che infondato, di una chiusura prolungata dello stretto di Hormuz. Se l’Asia aveva già dato il la con il Nikkei in caduta libera, gli indici europei non solo hanno raccolto il testimone, ma hanno aggravato la discesa, con Piazza Affari che ha visto svanire oltre quattro punti percentuali. L’indice Stoxx 600, nel suo complesso, è arretrato ai livelli di fine gennaio, a testimonianza di una fiducia che si sta liquefando di ora in ora. Il vero motore di questo sell-off, va detto, è la paura per le forniture energetiche: attraverso lo stretto di Hormuz, infatti, transita una quota imponente del commercio globale di greggio e di gas naturale liquefatto, e la sua effettiva interdizione – confermata dalle minacce di Teheran di aprire il fuoco su qualsiasi nave tenti il passaggio – ha scatenato un rally delle materie prime che non si vedeva dall’inizio della guerra in Ucraina.

L’effetto Hormuz e il paradosso dei listini, con Wall Street che resiste e l’Europa che affonda

I numeri parlano chiaro e dipingono una geografia della paura spiccatamente differenziata. Se Madrid e Milano hanno ceduto rispettivamente il 3,7 e il 3,8 per cento, Francoforte e Parigi non sono state da meno, bruciando tra i tre e i due punti percentuali, mentre Londra arretrava del 2,5%. Una débâcle che, però, non ha risparmiato neppure gli Stati Uniti, dove l’ottimismo della vigilia è stato spazzato via da un’apertura in profondo rosso: il Dow Jones, il Nasdaq e l’S&P 500 sono scivolati tutti oltre la soglia del 2%, in un contesto in cui gli investitori hanno iniziato a vendere anche quei titoli tecnologici che solo 24 ore prima erano tra i migliori, preferendo incassare i profitti su difesa ed energia nonostante la situazione geopolitica resti incandescente. Un comportamento, questo, che suggerisce una lettura più complessa della dinamica in atto, dove il tradizionale ruolo di rifugio offerto dai beni rifugio viene messo in discussione dalla natura stessa del conflitto. I bond, solitamente porto sicuro, sono stati venduti, facendo salire i rendimenti, mentre l’oro e il dollaro hanno riaffermato la loro centralità.

Petrolio e gas alle stelle, il prezzo dell’incertezza e la reazione delle istituzioni

Sul fronte delle materie prime, la parola d’ordine è una sola: rincari. I future sul gas ad Amsterdam hanno sfondato quota 50 euro al megawattora, con balzi percentuali a due cifre che riportano la memoria allo shock del 2022. Le quotazioni del petrolio, dal canto loro, hanno visto il Brent avvicinarsi pericolosamente agli 80 dollari al barile, mentre il Wti viaggia in rialzo di oltre il 2%, alimentando aspettative di un’inflazione importata che potrebbe frenare la mano dei banchieri centrali. L’Italia, in questo scenario, osserva con apprensione, come emerso dal vertice di emergenza convocato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani con le imprese: il made in Italy rischia di pagare un prezzo altissimo non solo per il caro-energia, ma anche per il blocco commerciale in un’area cruciale per l’export, con il vicepremier che ha assicurato il lavoro a stretto contatto con i partner europei per garantire la libertà di navigazione, anche attraverso missioni come Aspides e Atalanta. Un quadro che aggrava ulteriormente un outlook già teso per il rifornimento estivo, con le scorte di gas europee che alla fine di febbraio erano piene solo al 30%, un dato che rende ancora più vulnerabile il continente a qualsiasi scossone geopolitico.

Le parole di Trump, l’ombra di una campagna lunga e la questione della legalità

Sul piano militare e politico, le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump non contribuiscono certo a placare gli animi. Dopo aver evitato apparizioni pubbliche nei primi giorni, Trump ha rotto il silenzio per affermare che la “grande ondata” di attacchi contro l’Iran non è ancora cominciata e che la campagna, sebbene in anticipo sui tempi, potrebbe protrarsi ben oltre le quattro-cinque settimane inizialmente ipotizzate. Il presidente ha anche ventilato la possibilità di un invio di truppe di terra, una dichiarazione che segna una netta rottura con la retorica isolazionista delle sue campagne elettorali e che sta creando tensioni persino all’interno del suo partito, con figure di spicco del movimento Maga che definiscono l’intervento “disgustoso”. A ciò si aggiunge un nodo legale non secondario: la decisione di non chiedere l’autorizzazione al Congresso per l’attacco, con i democratici che già minacciano di forzare un voto per limitare i poteri bellici dell’esecutivo. Una mossa che, se da un lato mira a dimostrare determinazione, dall’altro espone l’amministrazione a rischi politici interni, mentre l’economia reale – dal costo della benzina alla fiducia dei consumatori – inizia a mostrare i primi segni di cedimento.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.